giovedì 31 maggio 2012

Perfect Day

E poi ci sono giorni perfetti e momenti perfetti.

E "honestly, my dear, I don't give a damn" del fatto che se una cosa è perfetta vuol dire che è finita (sì, grazie prof per avermi spiegato a sedici anni cosa vuol dire in realtà "amore perfetto", la mia vita sentimentale ne ha guadagnato). Perché certe sensazioni nessuno te le potrà mai togliere, sono destinate ad imprimersi dentro la tua iride, un bagliore di buonumore, un senso di "la cosa giusta al momento giusto" (qui per una colonna sonora e qui per le varie menate greciste sul "momento opportuno").

Ieri era l'ultima giornata di corsi. Del semestre, di Lausanne, della mia vita universitaria. E ho chiuso in bellezza.

Un espresso (sì, credeteci) alla cafèt, chiacchierando di Game of Thrones, degli esami, della vecchiaia ("c'est mon dernier jour de cours... POUR. TOUJOURS" "QUOI??!"). Connaissance pratique de la langue grecque con Madame "thème" R., e tutta la grammatica greca che so non saprò mai. E la versione passata, e bene (e meniamocela), e poi biblioteca con C., ed è quasi vacanza senza il seminario di storia del pomeriggio. E poi gli ultimi due corsi per davvero, quelli d'appuis con A. E leggiamo un papiro dell'archivio di Zenone e io lo conosco e mi viene da ridere a pensare a come per quel maledetto esame di Papirologia mi ero obbligata a non fare nient'altro e poi ero caduta miseramente sulla prima domanda. E poi A. decide che non vale la pena di fare anche grammatica, e ce ne stiamo seduti al sole, due assistenti e due studenti, a mangiare cioccolatini, ridere e chiacchierare e scherzare. E sono progetti e tesi e quanto-sono-pazzi-questi-greci e un papiro misterioso e tragico e romantico e ma-allora-Tacito-mentiva, e a-me-Nerone-è-sempre-stato-simpatico, e articoli e libri ed esami e paure e scogli da superare, e giochi da tavolo sull'Odissea, e Scrabble in greco ("ma valgono le forme non classiche?"), e i Giochi Olimpici che qui fanno (domenica) prendendosi quasi sul serio (sacrificio, tuniche fatte a mano, processioni, lotta, corsa). Forse in Italia non sarebbe mai successo (ma, in fondo, chi lo sa). Ma sono momenti come questi che mi fanno ricordare tutta la passione (sempre per il gioco delle etimologie, "ragazzi, passione non è sinonimo per amore, vuol dire sofferenza": quarta ginnasio) di chi si spacca gli occhi e la schiena e la testa su "cose inutili", e il divertimento, e la curiosità e l'interesse gratuiti. L'università dovrebbe sempre essere così.

Tornare a casa (in cinque minuti, anche questo mi mancherà), fare un tiramisù con M., cenare e uscire. È un po' bizzarro che mi stia trovando a legare con due Erasmus ora, ma in fondo, perché no? Ballare su pessima musica, con la lattina di birra ceca per il refill nascosta nella borsa-da-donna-di-classe, sentirsi bella e intelligente e quasi alla fine di un'epoca o di due. Rientrare a piedi alle cinque di mattina, perché "non ho voglia di aspettare per mezz'ora la metro", trovarsi un'ora dopo ai piedi delle scale di casa, col mondo intorno che si sveglia e il cielo chiaro (e gli sguardi a metà fra riprovazione e invidia di chi va già al lavoro). Fare i quattro piani gustando ogni gradino di indipendenza, e andare a dormire dopo la doccia e la colazione (ma solo per quattro ore: non vuoi mica sprecare il tuo tempo dormendo?!).

Maggio non mi ha tradito, ed è stato, credo, il più bello di sempre.

PS: il titolo del post mi è venuto in mente all'improvviso. E mi ha fatto venire in mente un'altra canzone che non riesco a trovare su youtube, ma che è la colonna sonora di questo film. Il che è strano, perché sono entrambe molto malinconiche, ma il post non lo è. PMS sempre con noi?


DIamo via all'ultimo mese. In grande stile.

venerdì 25 maggio 2012

Fragole, Strawberries, Fraises, Erdbeeren (and so on)

Quando ero piccola avevo un libro, regalatomi da non mi ricordo più chi, intitolato Sei piccole amiche. Il formato era grande, la copertina piuttosto stucchevole, come anche il concetto di fondo: sei amiche, bambine (ma di che età, di preciso? Otto anni? Dieci?), che vivevano da sole (!) in una grande casa lontano da tutto (vabbè, è letteratura, mica un libretto di istruzioni, non è che debba essere realistica per forza). C'era la studiosa/bacchettona, la vanitosa/vamposa, quella tanto buona e tanto cara (tipo Beth di Piccole Donne. Sì, quella che muore in Piccole Donne Crescono) e quindi tanto inutile (vedi parentesi precedente), la bambina pasticciona etc. Non era un romanzo vero e proprio, piuttosto una serie di racconti brevi vagamente edificanti (che poi a un certo punto arrivava prepotente anche l'elemento romance, con un tizio dotato di un cavallo e di qualche titolo nobiliare che si innamorava di una, e poi c'era un ballo, e l'ammore esplodeva, in modo piuttosto incongruo perché non si capiva bene quando le ottenni del libro fossero cresciute di almeno dieci anni per stornare il sospetto di pedofilia dall'autore). Insomma, non il mio libro preferito (a questo punto, meglio il buonista Piccole Donne originale, ovvio): quello che mi piaceva davvero erano certi disegni (soprattutto quelli della seconda parte: in una storia trovavano in soffitta dei vestiti vecchi e si mascheravano, e poi ovviamente c'erano i preparativi per il ballo, dove tutte diventavano extra glam. Disney al tempo mi aveva già rovinata, ebbenesì). Dunque, una certa facilità di trama e di struttura, bello da guardare, niente di più (oltre al fatto che dovrei ostracizzarlo per il solo fatto di essermi letta Dalla parte delle bambine in quinta elementare): e perché ne sto a parlare, e così a lungo?

Perché in una storia, e nemmeno una delle più belle, avevo letto che "Aspetta! Non mangiarle subito! Non lo sai che si esprime un desiderio prima di mangiare le prime fragole della stagione?", o qualcosa del genere.

Ieri sera c'era ancora festa sul campus. Caldo, sole, l'EPFL invasa da stand di nerd e geek e altro (scalare una parete da arrampicata con i mocassini e lanciarsi nel vuoto aggrappata a un filo, urlando in direzione di I. e salutando regale un fotografo per caso: fatto), una Carolus per salutare il déménagement di Zelig (mi mancherà, ma cosa lo dico a fare, che l'anno prossimo non sarò nemmeno più all'Anthropole?!), cibo da bancarella, zucchero filato, pop corn e kebab, avere l'impressione di conoscere un sacco di gente, musica a caso (Smoke "l'hanno registrata a Montreux"On The Water e Ke$a? Pink Floyd e Lady Gaga? Seriously?!) e proprio per questo divertirsi e ballare sul prato, prendere la mano del tipo che cerca inutilmente di farti fare una giravolta dietro l'altra (sei caruccio, ma io non sono capace di ballare! Mollami!), liberarsene (modalità Io ballo da sola, o meglio, con le mie amiche: on), tornare a piedi chiacchierando e strascicando i piedi, senza fretta, destabilizzando giovani ignegneri ubriachi ("Vedi? Ho il bastone, sono Gandalf!" "Pf, al massimo sei Gandalf il Grigio, certo non Gandalf il Bianco..." "...!!"), sfottendosi col solito Architetto ("Stasera non bevi, païenne?" "Ho già bevuto. E tu, che hai in mano? Una confezione di birra da sei? Non cambi mai, eh?!" - la sera prima, come sempre quando bevo, mi ero messa a parlargli delle deformazioni che comporta la cultura classica. Mica colpa mia se si era seduto vicino a me), con giusto il maglione leggero di cotone sulle spalle e quel bel vento che sembra spazzare vie le preoccupazioni.

Serata da estate insomma.

Stamattina (beh, mezzogiorno, non sottilizziamo) ho comprato un cestino minuscolo di fragole. Stasera ho mangiato la prima pensando a tutte le cose belle che potrebbero capitarmi ancora, a quelle che spero mi accadano, all'energia e all'impegno che voglio metterci per farle accadere.

Fragole in procinto di essere divorate. NB: dizionario di greco, un angolino di "Il trono di spade. Il Regno dei Lupi - La Regina dei Draghi" e de "Le Robert pratique" (no, non il Baratheon, il dizionario di francese che incombe sullo sfondo). Senza dimenticare la fida lampada ikea.


Buone fragole, e buoni desideri a voi.

*

Oggi, a qualcosa come seicentoventi km da qui, un'amica che non vedo spesso e che è sempre in giro per il mondo, ma che ogni tanto passa di qui, si è laureata. Ti auguro tutte le fragole del mondo, E. (vabbè, hai capito che voglio dire. E comunque è mostruoso che tu abbia già finito la specialistica, sappilo).

lunedì 21 maggio 2012

Aggiornamenti sparsi di una settimana dove è successo anche altro, ma faremo finta di no

Il Balélec, diciamolo per inciso ma almeno una volta, è stato cool. Mi sono persa il tipo indiessimo perché ero ancora in riva al lago a bere birra e inveire contro i miei polpacci e i jeans stretti che non riuscivo a tirar su più di qualche cm (ma il battesimo della bella stagione nel lago, saltellando poi a piedi nudi in giro, l'ho fatto comunque). Con una compagnia un po' strana (M., che è un po' la mia vicina/amica/compagna di cene/sorellina; le due ragazze italiane che ho conosciuto qualche tempo fa ("Oh, no, che imbarazzo, sono qui da sola, e non voglio assolutamente parlare ancora col francoamericano! Un momento, ma è italiano quello che sento? Presto, attacchiamo bottone con ste due tizie!"), e una sorella-di, che non avevo mai visto prima, e che è uscita dalla mia vita qualche ora dopo, stroncata da un cocktail troppo forte (o dalla pasta delle 5 del pomeriggio, anche questo è possibile) (comunque, ho avuto la riconferma che l'allenamento a reggere fronti e tirare indietro i capelli è una sorta di imprinting che ci si porta dietro dagli anni di formazione del liceo): insomma, non strana, neanche mal assortita forse, ma piuttosto bizzarramente combinata), compagnia che (ma quante e quanto lunghe parentesi faccio?!) si è rivoluzionata quasi completamente dopo mezzanotte, incontrando G. e T "sono un po' ubriaco" & S. (che noia questa abbreviazioni, manco fossimo in GG), i miei compagni di francese di quest'estate. Ho ascoltato un sacco di gruppi, i più diversi (e anzi, ce n'erano talmente tanti che ne ho ascoltati troppo pochi!), con una menzione speciale per quel gruppo folk/rock/balcanico che si mette a suonare Bella Ciao ("ouais, c'est une chanson italienne... c'est une chanson COMMUNISTE en effet" "QUOI?!") e per gli svizzerissimi Venetus Flos ("un momento, ma io questi li conosco! Hanno aperto il concerto degli Austra! E... ma sì, lì ci sono T&S!" - T: "è un peccato che li abbiano relegati in questo palchetto sfigato, poi qui sono tutti tranquilli... SCATENIAMOCI!" S: "mi facevano tenerezza, quindi gli ho chiesto un demo... ora ho un album tutto mio!" "Voi lo sapete, vero, che noi siamo tipo gli unici tre fan di questi tizi?"). E poi addirittura trovarsi a ballare su della musica electro tamarrissima, schivando i tipi più improbabili; bere birra a scadenze regolari, e mettersi a parlare dei massimi sistemi alle 4 del mattino, quando ormai tutto sta per finire, e incamminarsi verso casa stanche e contente (e poi guardarsi allo specchio e vedersi scarmigliate e sconvolte, e con l'occhio soddisfatto e lucido).

La mattina successiva, mentre mi tengo più o meno in piedi e aspetto la metro per andare ad accogliere le mie visitatrici in stazione, e mentre bevo pensierosa dalla mia bottiglietta (l'idratazione è tutto, come non mai nel day after), una signora simpatica mi dice "ah, sei andata al Balélec ieri, eh?!". E lei come fa a saperlo?!

Avere A. e R. qui mi ha però fatto capire una cosa. E cioè che è vero che è triste l'idea di doversene partire, di finire l'Erasmus, di tornare a vivere con i miei riprendendo la vecchia routine, eppure... eppure, è anche vero che tutto deve finire, per poter essere ricordato e amato. E poi, mi mancano un po' anche i miei amici (stranamente, quasi più ora che a Settembre): è bello anche stare con loro a passare serate magari non per forza speciali, ma che sono belle perché nostre. Fra le foto di R. c'è una sequenza bellissima di me e A. in varie pose vamp con degli occhiali assurdi; un'altra in cui tutte e tre cerchiamo di entrare nell'obiettivo, circondate dalla notte e dal lago ("Come puoi avere paura?! Si vede che non hai fatto l'Erasmus..."); in generale, sono foto che avremmo potuto fare ovunque. Non serve essere chissà dove, basta stare con qualcuno con cui condividere una torta preparata a mezzanotte e mangiata quando vuoi, con cui stare per ore su dei pouf sformati a leggere in silenzio, con solo un commento una volta ogni tanto, con cui preparare Spritz e bere "ogni volta che qualcuno chiama Jon Snow "bastardo", ogni volta che Hodor dice "Hodor", ogni volta che c'è una donna nuda o un'uccisione o una scena di sesso - bevi due volte se è incesto". Varrà la pena di tornare almeno per questo: vederci spesso, parlare di più, fare i nostri brindisi battendo il bicchiere sul tavolo.

E ovviamente, Game of Thrones, alias A Song of Fire and Ice. Quanto aveva ragione la saggia A. (non la A. di prima, un'altra A. Accidenti, ma Gossip Girl come fa? Nell'Upper East Side hanno tutti iniziali diverse?!) a parlarmene con occhi stellati in tempi non sospetti... e come sono mainstream io che mi ci sono avvicinata solo ora, che più o meno tutti sanno di che cosa si parla. Dopo aver letto il primo volume sul pc (un pdf di 784 pagine, tanto ormai gli occhiali li porto già), ora non vedo l'ora di finire questo post e accoccolarmi sul letto con il mio libro (portatomi amorevolmente - o forse non troppo: "Leggi! Che ho bisogno di qualcuno con cui condividere pareri e attesa!"); ah, l'amore per l'oggetto libro!. La realtà è che sono contenta di aver trovato una nuova ossessione, e anche qualcosa da aspettare. Qualcosa su cui fare congetture, qualcosa di totalmente inutile nel senso più nobile del termine: che è vero che posso fare congetture anche sul testo di Euripide, ma, e qui ti chiedo scusa, Wilamowitz, ma è così, NON È LA STESSA COSA (che poi anche il testo di Euripide possa essere inutile, su questo ci possiamo trovare d'accordo e discuterne, ma non qui, non ora, please).

Un'ultima nota stupidamente lirica, come piace a me.
Ieri sera sono rientrata a piedi da Cèdres (dopo una serata crepes e vino, quindi non è che mi abbia fatto proprio male). Da Bourdonnette in poi, ero sola, e a dire il vero è la prima volta che rientro di notte, a piedi, da sola. Eppure, mi sentivo totalmente sicura: è vero che ho fatto la maggior parte della strada nel campus, ma il campus è comunque un bosco. Silenzio, aria tiepida (ma non calda), cielo stellato, buio ma con luce sufficiente per non inciampare: ero così tranquillamente felice che me la sono pure presa comoda per rientrare. E poi, quasi all'improvviso, i fiori di biancospino, e il profumo di maggio. Certe cose apparentemente di poco conto ti restano dentro, e credo che questa sia una di quelle.



Summer is coming?

venerdì 11 maggio 2012

Premio Chiara Giovani 2012


A inizio Aprile sono tornata a casa per Pasqua. Ero già nel mio periodo di spleen (o meglio PMS, vedi intervento precedente), solo che non me ne rendevo conto. Camminavo veloce come piace a me nel sole del primo pomeriggio a Brera, contenta perché avevo trovato una cartolina perfetta da spedire a M., da poco entrata nel tunnel della moka. Passo davanti a una libreria dove non entro mai, non so perché mi fermo, e vedo dei volantini per un concorso letterario. Mi dico che è perfetto, e poi ho già la storia, e poi manca un mese alla scadenza, e poi ho proprio voglia di scrivere.

Incredibilmente, due giorni dopo sono già lì che butto giù un racconto al computer (pretendendo di fare cose per l'università).

*

Ovviamente, tale racconto è rimasto un abbozzo, con passaggi da rivedere, parti da sistemare, frasi da migliorare ed espressioni da cancellare brutalmente. Altrettanto ovviamente, ho lasciato passare la scadenza (ieri), quasi senza curarmene. Non so se davvero per paura o autodifesa, come direbbe qualsiasi rubrica di psicologia spicciola sui giornali di gossip. Ho lasciato passare la scadenza, e amen, forse non è poi così grave, forse non è poi così importante, forse non cogliere le opportunità è solo un modo per avere più cose su cui rimuginare e su cui scrivere davvero. Comunque, dato che l'idea mi sembrava bella, vorrei riproporvela più o meno modificata qui (paradossalmente, senza il filtro di "omioddio della gente sconosciuta leggerà le mie cose", filtro che, se funzionasse sempre, dovrebbe pure impedirmi di avere un blog, no?)

*

Dicono che gli amori nati in Erasmus durano per la vita.
Balle.

I rapporti nati in Erasmus durano per la vita. E per "rapporti" intendo di qualunque genere: coinquilinaggio, vicinaggio, amicizia, colleghitudine, e, perché no, amore. Penso che restino dentro, parte inscindibile da un'esperienza che normalmente cambia, segna, fa crescere. Se poi durante quei mesi si ha la fortuna di creare dei legami particolarmente forti, beh, sì, quelli resteranno tali per sempre.

Ma gli amori in Erasmus sono un mondo a sé. Che siano destinati a durare, o che siano solo infatuazioni di una sera, sono spensierati, senza paura, allegri.

*

Ti ho incontrato a una festa, avevi l’aria di chi ha dormito poco ma non se ne cura. Abbiamo cominciato a parlare, come ti chiami, da dove vieni, cosa fai: le solite frasi banali, poi una scusa di qualunque per allontanarci dalla musica troppo forte, sfidiamo la notte umida per raccontarci cosa abbiamo in comune e cosa no. Quando i miei amici mi vengono a cercare, la tua sigaretta è finita da più di un’ora, e noi quasi non ci accorgiamo del freddo.

A. e M. abitano nello stesso palazzo, insieme ad altri studenti. Sono entrambi Erasmus, entrambi timidi, entrambi indecisi: si piacciono, forse no, forse non abbastanza.

G. e S. sono compagni di corso. Sono amici e qualcosa di più, ma è solo un gioco, perché è la prima volta fuori casa per entrambi e si sa che in Erasmus ci si diverte e basta.

*

Ci scambiamo i numeri di cellulare, numeri nuovi, numeri “altri”, con un prefisso diverso da quello del nostro Paese; facciamo amicizia nella vita e su Facebook, qualcuno vi riversa foto di una nuova città, altri le facce dei compagni di avventura. Scriviamo in altre lingue, parliamo sempre un po' con le mani, superiamo i cliché, prendiamo nuove abitudini.

*
G. e S. abitano uno a Nord e l’altra a Sud dell’Europa. Ormai il loro Erasmus è finito da un anno, e paradossalmente è loro la storia "a lieto fine", l'amore nato in Erasmus che dura (è un po' presto per dire tutta la vita, ma intanto dura).

A. e M. continuano a sentirsi, ma hanno interessi e ambizioni diverse: lui vuole diventare un avvocato nel suo Paese, lei, forse, tornare in quel posto freddo che le ha rubato il cuore, e che l’ha fatta innamorare davvero.

Io ti ho visto per l’ultima volta mesi fa, prima della tua partenza. Ti sei messo in testa che cambiare il mondo è possibile, e hai intenzione di cominciare dalla tua città. Io ho ancora tanti dubbi sul futuro, mi sento indecisa su tutto, non è mai stato facile per me dire "o bianco o nero". Ero triste perché sapevo che non ti avrei più rivisto. Non a causa della lontananza, o perché abbiamo deciso così: è nell’ordine naturale delle cose, un’infatuazione innocua che dura un paio di mesi e che si dimentica quando si torna a casa.

E non c'è niente di più stupido, stupido come l'orgoglio di non voler fare la prima mossa, di dirti "fatti sentire", "dammi tue notizie". Anche solo una mail ogni tanto, per dirmi che finalmente hai passato l’ultimo esame, per dirti che sto scrivendo la tesi. O che hai visto un film buffo, o che sono andata a un concerto che ti sarebbe piaciuto. Che ho letto il nome della tua città su un giornale e mi sei venuto in mente, che stai davvero cambiando il mondo. Che ci credi ancora, che ci credi sul serio. Che, dopo anni, capita che ci incontriamo di nuovo, e parliamo di quanto è stato bello e di quanto eravamo stupidi.

*

Però, però (solo io posso pensare di scrivere un racconto per un concorso dal tema "Keep in touch" - ma perché in inglese, poi? - per dire che a volte è meglio non sentirsi). Perché una storia che non è destinata a durare, è molto più bello farla finire dopo un paio di mesi. Con tanto di ultimo abbraccio, e poi lacrime sul cuscino e L'ultima notte felice del mondo come colonna sonora. Ci dà l'illusione di aver perso la Grande Storia Speciale, quando in realtà era solo una piccola storia normale: ci fossimo conosciuti un po' meglio, ci sarebbero state altre mille cose che non andavano (non ti piacciono i romanzi, non conosco la geografia, e magari tu non ami le feste in maschera e io... sono pigra?) Chiamatela autodifesa e vigliaccheria, miei lettori che vi credete psicologi, io insisterò nel chiamarlo bovarismo.

*

E in ogni caso, stasera (in realtà già fra poco) Balélec. C'è il sole, fa caldo, alle 19h suona un tipo sconosciuto che fa canzoni indiessime accompagnandosi con la chitarra, alle 17h30 si comincerà a grigliare e bere in riva al lago, ho dimenticato di fare il pisolino per resistere alla nottata. E domani A. e R. vengono a tenermi compagnia per il week end. Sinceramente, non ho bisogno d'altro.

lunedì 30 aprile 2012

PMS

Diciamolo: Aprile è stato un mese un po' così.
Il che è strano, perché io amo Aprile: mi piace il cambio di stagione, la primavera, le prime fragole, la Pasqua e il cioccolato e la colomba e la pastiera napoletana, le giornate più lunghe, la luce, anche il rimescolamento ormonale. È l'Aprile di Album d'Aprile di Paolini, del a me della politica piacevano gli ideali e le liturgie. Degli ideali non si parla, si rovinano, se ne parli li rovini. Le liturgie che interessavano erano quella roba che si addensava tra il 25 aprile e il 1° maggio, l’ultima occasione di far la rivoluzione e di trovarsi la morosa prima dell’estate, ma in senso inverso d’importanza (seguito a ruota da quel "Norma! Vieni alla festa del Primo Maggio?" "Va bene!" "...!" "Quand'è?")

E questo Aprile, che pure era cominciato bene con il senso di soddisfazione della mattina dopo (tutta quella forza dell'ultimo post: prendere una decisione e scoprire che in realtà non era facile, ma facilissima, dato quanto bene mi sentivo dopo; ritornare a fare a meno degli sporadici accompagnatori tanto per, perché effettivamente si sta meglio senza; crogiolarmi nella mia primavera elvetica), questo Aprile, che mi regalava una settimana a casa a farmi coccolare, e poi di nuovo qui, felice e indipendente nel mio studiò... beh, semplicemente non è andato così bene (it didn't live up to expectations; come si legge sulle confezioni al supermercato, l'immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto e non corrisponde alla realtà).

Malavoglia, cattivo umore, un po' di crisi. Per tante cose: il vedere ahimè troppo vicina la fine di questo Erasmus che mi ha sorpreso oltre le aspettative (il fatto di sentirmi una studentessa quasi indigena, non una straniera qualunque che passa e va; una città spesso assurda ma che ho imparato ad amare senza rendermene conto; sentirsi esotica e speciale con il mio accento incancellabile, i miei maledetti eppur buffi errori, e il mio nome che suscita stupore, mentre in patria è la summa del banale; e poi, ça va sans dire, vivere da sola, non per tirarsi in casa chi si vuole, passare le nottate fuori o nutrirsi solo di budino, ma per sapere che, volendo, lo si potrebbe fare), la mia paura della "vita vera" da affrontare al ritorno (esami che non ho voglia di preparare, tesi che mi piace chiamare "work in progress" ma che in realtà è solo un brutto titolo provvisorio su un foglio altrimenti bianco di word, e poi, l'incognita del futuro un po' più in là che prossimo); sempre, quello stringimento al cuore nell'entrare a casa (casa-Italia) e vedere il pianoforte chiuso, e sapere che un tempo lo suonavi apparentemente senza sforzo (peggio, molto peggio, della malinconia nel ricordare che, sì, c'era un tempo in cui facevo una spaccata perfetta, e la ruota sulla trave alta); e poi, per la prima volta da tanto, tanto tempo (da sempre?) il chiedersi "ma ho fatto la scelta giusta?". Mi piace quello che studio, riesco bene, ma... e se avessi fatto altro? Sarei più sicura, più "socialmente accettabile?" se avessi fatto biologia, o medicina (!), o cos'altro?

Sentirsi brutta e stupida senza neanche troppe ragioni, insomma; la classica sindrome premestruale, che però si era trasformata nella sua inquietante versione geneticamente modificata resto con te anche durante e post.

Infine, ritrovarmi ad ammettere prima a me stessa, e poi ad alta voce (e dio mio, quanto suonava stupido ad alta voce) che quando avevo dieci anni pensavo che avrei fatto chissà che cosa. No, non che mi immaginassi sposata e con prole a ventitré anni (già da piccola, collocavo la mia vita adulta in un futuro moooolto nebuloso, e avevo ambizioni molto più da figlia di figlia del 68), ma sicuramente mi vedevo fare, pensare e immaginare... grandi cose (non meglio definite). E va bene, nella fattispecie, pensavo che sarei stata una scrittrice. Non ci ho mai neppure pensato tanto, perché era certo che sarei stata una scrittrice, e una delle migliori. Non per niente riempivo anche io le agende come Prisca, no?

E invece, eccomi qui, ventitré anni, ostinatamente piatta (e sì, intendo di seno; ma devo ammettere che col tempo ho imparato ad apprezzarne i vantaggi - tanto non mi riprenderò mai più dal trauma di vedere le mie amiche delle medie che si compravano reggiseni e guardavano i Pokémon, mentre io mi davo ai classici della letteratura chiedendomi quando mi sarebbero finalmente cresciute le tette), ostinatamente logorroica di pensieri (e di parentesi, oggi particolarmente), e altrettanto ostinatamente priva di brillanti trovate o idee geniali (quindi, i pensieri sono tutti ostinatamente fuffa) (c'è un verbo francese per questo, mi dicono: gamberger). Riesco piuttosto bene nello studio, ma non sono un genio; non so cosa voglio fare, non sono particolarmente brava in qualcosa (tutti hanno un'abilità, una passione speciale, che li contraddistingue. Io pensavo che la mia si sarebbe palesata prima o poi, e invece niente).

Forse non è nemmeno colpa di questo Aprile: è qualcosa che rimonta ad almeno un anno fa. Dopo l'esaltazione della tesi triennale, del sentirsi adulta e, scusatemi, ma è vero, assolutamente FIGA con le mie idee geniali e la mia sfacciata originalità in un Dipartimento dove tutto è già stato detto, mi sono ritrovata a realizzare che in realtà non ero così speciale (cala cala Merlino!), che avevo tradito le mie aspettative d'infante, et caetera (vedere qui per trovarci, en passant, una domanda che ha effettivamente scatenato la crisi. Eh, lo so che è di un sacco di tempo fa. Beh, il ragazzotroppotimido sarebbe contento di saperlo). E stupidamente, mollando piano, mi sono sentita perdere quel "qualcosa in più": non che fossi eccezionale, ma evidentemente mi faceva sentire importante. Che stupida mente pomposa che ho (a questo proposito, è buffo come io oscilli pericolosamente e senza mezze misure dal sottostimarmi - della serie sì, colpiscimi, faccio schifo, me lo merito - all'autoesaltazione totale).

Fa seguito, a tutto questo, La Malavoglia. L'idea platonica di malavoglia, tanto per dire. Non so come sia riuscita a preparare il seminario per oggi, che infatti ha lasciato perplesso ben più di un uditore, la sottoscritta in primis (che mi ero pure scritta un discorso, e leggendo pensavo: ma che sto dicendo??!) (anzi, no, lo so come ho fatto: negli ultimi dieci giorni, ho ripreso ad avere un po' più di energia. E di confiance en moi, forse? Beh, ho riscritto sul blog dopo un mese, qualcosa vorrà pur dire).

Fra l'altro, causa amiche paranoiche che googlano cose apparentemente a caso ma che in realtà sono spiegabili con l'essere (stati, ahimè) sedicenni (anzi, forse no, a volte invecchiare fa bene), mi sono imbattuta in quello che era il forum del mio liceo. Perché il mio liceo avesse un forum sarebbe anche un'altra storia, ma comunque: dio mio, l'adolescenza. C'era un periodo della mia vita in cui scrivevo con le k e abbreviavo un sacco (ma perché, poi? Perché lo facevano tutti? Ah, il conformismo!). Ed ero veramente insopportabile. E patetica. E totalmente insicura di me (sì, più di quanto lo sia ora). Comunque, questo non mi ha impedito di spendere ore a rileggere vecchi post che ora suonano ridicoli. Come eravamo ggiovani, davvero. È commovente vedere come certe cose siano restate (la vodka alla fragola, per esempio, di cui una certa psyche e una certa delphine parlavano in seguito a una festa), e altre, beh, altre siano solo dei bei ricordi (perché poi colui che "saremo amici per sempre! Questo non cambierà mai!" ti ignori, ma pare sia diventato il fratello d'elezione del tuo ex - ma mica c'è stato un momento in cui si odiavano?! - questo è veramente un mistero. Freud, abbiamo bisogno di te, ma ti prego non dirmi che c'entra il sesso).

Bref, ho scritto la mia solita spatafiata di pare mentali, e ora sono pronta a lasciarmi tutti i momenti blu (o anche solo azzurrini) alle spalle, insieme con Aprile. Perché per affrontare Maggio, ci vuole coraggio.


PS: grazie per il titolo. In un momento di scoglionaggine maxima, ridere della PMS, anche se solo via skype, ma insieme, è stato meglio di un abbraccio (cuoricino, e tag di frEIndship, a questo punto).

domenica 1 aprile 2012

Postilla del giorno dopo, in cui si parla di cose noiose e tutte egoriferite, e si fa il punto della situazione.

Nell'ultimo mese sono uscita con uno. E sulle relative paranoie (ci sono uscita la prima volta perché massì, e poi perché mi trovavo bene, salvo rendermi conto che non pensavo a lui il giovedì e men che meno il venerdì, che c'erano cose di lui che mi piacevano e ma altre, apparentemente stupide, che mi urtavano senza motivo) mi sono già dilungata negli ultimi tre post.

Perché fa sempre bene ricevere un sacco di complimenti, dal sorriso agli occhi alle scarpe agli occhiali alla pelle al francese (!) all'inglese (!!) all'accento (AHAH) (e potrei continuare), ed è bello parlare e scherzare e brindare e camminare nel primo sole, però "non puoi mica stare con uno solo perché è gentile" (cit.) Che poi non è che io ci stessi insieme, però dopo un mese di vedersi regolarmente e sentirsi altrettanto, se anche non si è insieme, ma alla fine ci si comporta come se, si è "pericolosamente vicini a" (cit.).

Giovedì mattina.
"Mais... alors... A., c'est ton copain?"
Segue risposta che viene dal cuore ("NO!"), e che mi fa capire un po' di cose. Tanto per cominciare, che forse non vale la pena di continuare in questa relazione che però non è una relazione. Forse. Perché c'è tutto il corollario delle ragioni per cui ci esco (dopotutto, non è che esco con gente a caso per nessun motivo).

Sabato sera.
Io non pensavo mica di parlartene. Ma poi è successo. Che no, ti ripeto, non sono innamorata di te. E tu hai un bel dire che l'amore è una cosa grande e difficile e complicata e non è che viene tutto d'un colpo come nei film. Tanto non sei innamorato neppure tu. La differenza tra noi è che quando io ti spiego, non so come, che io voglio sentirmi coinvolta e avere le farfalle nello stomaco e "provare qualcosa di forte" (che sono parole tue, a ripensarci sembra che stia dicendo di voler andare in una distelleria scozzese) etc. etc., tu mi dici, con il tono paziente che si usa con i bambini testardi che "ma così è molto difficile, quasi impossibile, trovare qualcuno... e rischi di perderti un sacco di cose".

E sai? Non m'importa. Perché ci ho provato, e, beh, non penso ne valga la pena. Poco ci manca che tu mi dia ancora dell'idealista (e non sei la prima persona a farlo, forse è davvero un mio problema. No, più facile che sia bovarismo), ma improvvisamente mi rendo conto che sì, è proprio così. È difficile trovare qualcuno con cui stare ("ah, ma allora tu cerchi una relazione... una cosa seria..." "NO! Non cerco un ragazzo e non lo voglio", come ve lo devo spiegare?), ma questo non vuol dire che allora mi va bene tutto. Non mi va bene quasi niente a dire il vero, ma non vorrei essere diversa. E più tu cerchi di farmi ragionare ("ma io non ti sto proponendo una relazione..."), più io mi impunto, fino a dimenticare quasi tutti i motivi e le cose positive per cui sarebbe bello continuare a vedersi come abbiamo fatto finora. Perché sì, mi rendo la vita difficile, sì, vedo tutto bianco o nero, e, sì, anche se la parola "sognatrice" è ridicola, sono peggio di una sognatrice sotto acidi quando mi dico che vorrei incontrare qualcuno che mi faccia girare la testa, brulicare lo stomaco del battito delle ali impazzite di mille farfalle, e via con tutti i cliché da stupida commedia romantica di serie B.

Leggo romanzi, faccio Lettere Classiche, mi piacciono ancora le fiabe: sono attirata senza speranze da tutto ciò che è inutile e poco pratico.

Quindi sì, ti dico arrivederci senza troppi rimpianti. E senza tristezza o ansia andrò avanti a vivere da sola, perché mi piace sentirmi indipendente, e non penso che si debba trovare per forza il Principe Azzurro (anche perché il vero Principe Azzurro non esiste). Ma non per questo mi accontenterò del primo cadetto che passa.

sabato 31 marzo 2012

29 mars 2012
Serata paturnie, e mi chiedo anche che senso abbia scriver(ne), se non per il solito egocentrismo, che d'altra parte è quel che move il sole e l'altre stelle, per non parlare dei blog.

Insoddisfazione, insicurezza, inadeguatezza.
E anche una buona dose di cinismo, tanto che comincio a chiedermi con un po' di preoccupazione quand'è che sono diventata così a-romantica.
E un po' di disprezzo, che non manca mai.

Insomma, detta così sembra la ricetta per l'infelicità e l'autodistruzione.

31 mars 2012
Poi succede che parli con un'amica (anche se skype vi boicotta) e capisci cosa dovresti fare, anche se per il momento non fai nulla. E aspetti.

E succede che ti svegli insolitamente presto senza fatica, allegra dopo un sogno assurdo (ma i sogni, poi, vogliono dire davvero qualcosa? Cioè, tutto avviene per un motivo, d'accordo, e poi c'è il subconscio e quelle menate lì. Ma a parte questo, davvero i sogni ti possono dire qualcosa? Tipo folgorazione come nei film? No, vero? Peccato).

*

Fra una settimana è quasi Pasqua e io sarò a casa. E sinceramente non mi dispiace, ho un sacco (letteralmente) di conigli di cioccolato da condividere, non posso mica mangiarli tutti da sola.

*

Per fortuna in mezzo all'incapacità, ai dubbi, alle meschinerie etc., ci sono cose perfette. I ciliegi fioriti in mezzo al grigio dell'EPFL, il prato del campus verde e vuoto di sabato mattina (ci sarà un motivo, C. ha un bel dire che "è così tranquillo!"), l'aria che ha già un odore diverso. Cose che ti illuminano dentro e cancellano tutto il resto.