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mercoledì 28 maggio 2014

Fine maggio

Siamo ancora una volta in quel periodo dell'anno. Maggio (quasi giugno), primi soli, primi caldi, il profumo intensissimo e dolciastro dei fiori. Le prime fragole, le prime ciliegie, la prima frutta "allegra". È da sempre il periodo dello "studio matto e disperatissimo": prima la scuola, poi l'università, e anche quest'anno, seguendo un rito antico, mia madre mi ha portato in camera dei fiori in un vaso. "Me li portava sempre la mia mamma in questo periodo, quando dovevo studiare", dice, come dice tutti gli anni. Anche se questa volta io non devo studiare (e forse mi dispiace).


È strano, perché mentre tutto rinasce (e rinascono anche i giorni, più lunghi, più splendidi, con le sere che si stemperano di pomeriggio) finisce l'anno "degli studenti", in attesa dell'inizio delle vacanze. Per me, in quest'anno off school in cui mi stanno succedendo tante cose, è l'inizio di qualcosa, di un lavoro (quasi) vero. Un ufficio, dei vestiti "da grande", pause pranzo e settimane di ferie ad agosto. Un lavoro per me tutto nuovo, in cui mi si chiede di giocare con le parole, di usarle per costruire, per spiegare, in cui se faccio notare che manca uno spazio dopo la parentesi non mi si dà della pedante ma mi fanno i complimenti. Insomma, ne sono contenta.
Questa cosa di prendere tante strade diverse mi piace anche se non mi fa mai stare tranquilla. Di certo destabilizza gli altri (e non posso dire che mi dispiaccia).

sabato 21 settembre 2013

Storie di formazione. La mia prima migliore amica, parte 1

Conosco D. da moltissimi anni. Ci siamo incontrate a scuola, eravamo nella stessa sezione e siamo diventate amiche in fretta, durante le prime settimane di prima elementare. Ricordo anche come: avevo in tasca, o qualcuno (la maestra?) mi aveva dato una caramella che proprio non volevo (non sono mai stata tipo da caramelle) e, più per togliermela di torno che per spirito di generosità, l'avevo offerta a una bambina dall'aria timida ma simpatica, con la treccia lunga e gli occhi piccoli e scuri, che mi stava passando di fianco (in bagno?) in quel momento. Le persone si conosco nei modi più stupidi: e noi eravamo diventate amiche per via di una caramella ("Ciao, senti, la vuoi?" "Davvero?! Grazie, domani te ne porto una io!": non se lo ricordò mai, grazie a Dio, ma da quel pomeriggio cominciammo a parlarci e a trovarci simpatiche, e nel giro di poco tempo eravamo Migliori Amiche).

Eravamo abbastanza simili, allora (minute, magroline, con i capelli scuri, timide, educate e brave a scuola), e c'era una maestra (quella della caramella?) che confondeva sempre i nostri nomi, ma eravamo già a quei tempi molto diverse: lei con i capelli sempre lunghi e ben pettinati, io tagliati dal papà, corti e comodi; io più sicura nonostante le apparenze, lei molto meno, ma io non lo capivo, così come non capivo che eravamo diverse per i genitori e per come ci crescevano. Ci vedevamo tutti i giorni a scuola, sempre il sabato pomeriggio per fare i compiti e giocare, spesso anche la domenica o in altri momenti(ho passato più di un capodanno a casa sua, con i miei e i suoi che ci tenevano impegnate con giochi in scatola fino alla mezzanotte e a me si chiudevano gli occhi), fino alla quinta elementare (quando ormai lei aveva già i primi fidanzatini e io ero ancora una bambina, felice di stare con le mie amiche e i miei libri - nessuno capiva quanto amassi leggere, da bambina, nessuno della mia età almeno. Avere conosciuto poi persone che erano felici di starsene in casa con un libro per ore mi fece improvvisamente sentire meno sola, anche se, obiettivamente, sola non lo ero mai stata - solitaria sì, ma quella è un'altra storia).

Siamo rimaste amiche anche durante le medie: anche lì eravamo in classe insieme, anche lì la prof di italiano ci aveva identificato subito come "le amiche del cuore", ma ormai non ci confondevano più: alla fine della terza media lei mi superava di statura forse di tutta la testa, e portava già il reggiseno (con il patrimonio genetico di una nonna con l'ottava, era doveroso), mentre io ero sempre tra i tre/quattro più bassi della classe, sempre magra, sempre piatta, e sempre con lo sguardo da bambina (poi l'estate leggevo Guerra e Pace, ma, appunto, questa è un'altra storia). Era in classe con noi anche V., che io conoscevo da ancora prima di D., che per fortuna era (ed è) bassa come e più di me, altrimenti mi sarei sentita proprio una nana: passavamo i pomeriggi a casa dell'una o dell'altra, crescendo senza accorgercene, passando le ore a giocare e poi a parlare, parlare, parlare (a casa di V. poi ci facevano fare la merenda con grissini e nutella, che libidine). E. era amica di V., e poi c'era A., e l'insopportabile I., e D. con cui litigavamo ma poi ridevamo, ci dava pizzicotti sul sedere (e io gli tiravo i calci negli stinchi, se lo ricordano ancora tutti), ma questa è un'altra storia e poi le iniziali cominciano ad essere davvero troppe.

Poi, per fortuna forse, ci siamo allontanate. Ci siamo iscritte a scuole diverse, presto abbiamo cominciato a farci nuovi amici e, soprattutto, ad avere interessi diversi. C'è stato un momento, forse in seconda superiore, in cui io cominciavo ad andare in giro con i miei compagni di classe, a sentire i gruppetti di gente della scuola che suonavano (discutibilmente) in posti discutibili; ascoltavo il punk rock e i primi Muse (ma non ancora il metal), studiavo moltissimo ma con piacere, ed ero appena entrata nel tunnel del Signore degli Anelli. Un pomeriggio mi ero trovata con D., come ai vecchi tempi, e lei aveva i jeans elasticizzati e il toppettino che le lasciava la pancia scoperta, una delle prime paia di sandali con la zeppa, mille sciocchezze per la testa, e... non avevamo più argomenti in comune. Non sapevamo cosa dirci, ci trovavamo reciprocamente noiose (lei però è sempre stata troppo carina per dirmelo). Diradammo le uscite, fino a non vederci più o quasi.

sabato 8 giugno 2013

"Però è per gioco"

Anno 1991 (o 1992).

Avevo tre anni e andavo alla scuola materna nella classe verde. Avevo già conosciuto la Vi, all'epoca eravamo piccole uguali e già amiche. E avevo già conosciuto M.G., un anno più di me, aria da bad boy, fichissimo. Era il mio grande amore (e anche della Vi. Anche adesso, dopo tutti questi anni, ne parliamo sempre con un sospiro).

"M.B. è proprio il tuo grande amore, eh?"
"Eh, sì, mamma, mi piace tanto"
"Eheh"
"..."
"..."
"Però mamma io lo dico per scherzo. È il mio grande amore per gioco"
"Ahah, ma certo tesoro, certo che è per gioco"

Già da piccola avevo capito tutto.

martedì 4 dicembre 2012

Deliri da febbre: ingegneri e Reykjavik

(Avviso ai naviganti. In questo post ci sono un po' di cose sparse, il senso logico non è richiesto né previsto, abbiate pazienza).

Mentre stanotte rabbrividivo alternativamente di freddo e di caldo, pensando che "sì, forse ho un po' di febbre" (39, come da migliore tradizione), mi è venuto in mente di quando mi dicevano che "la febbre ti fa diventare più alta". Ah-ha. BALLE. A fatica ho raggiunto un'altezza a stento dignitosa, e mi stupisco ancora quando mi rendo conto che ci sono ragazze più basse di me. Ho amiche più basse di me, ed è stranissimo rendersi conto di essere la più alta o quasi del gruppo quando sei sempre stata abituata ad essere quella bassa. Poi di norma le mie amiche (e i miei amici) sono tutti più alti (e molto più alti) di me, quindi il problema non si pone.

Ieri ero a Torino, ho rivisto i miei vicini di casa del primo semestre, gli i.i. alias nanotèc, insieme alla mia voisine/petit soeur, che mi dice che nel mio studiò ora vive un surfer australiano biondo. Eh, son cose.

Ieri era una giornata bellissima, invernale ma con il cielo pulito e tantissima luce. Un lunedì di vacanza, insomma. Ed è stato strano ritrovarmi in un contesto completamente diverso con quelle persone con cui condividevo pranzi e cene e spese dell'ultimo minuto, e il "te lo ricordi, quando ci siamo incontrati alla metro, e ti abbiamo parlato in francese?", e la voisine che mi dice che è merito mio se lei e il marchigiano stanno insieme, perché li avevo portati con me al party di Thanksgiving l'anno scorso (dove io avevo incontrato il belga, tra l'altro. Beh, non può andare bene per tutti). Suddetto marchigiano che mi fa fare il tour della città tenendo sulla spalla il completo con cui si cambierà prima dell'ennesima proclamazione di laurea. Il caro vicino che ci segue trascinando il trolley ("Dentro ho il completo, un sacco a pelo, della roba sporca. No ma non si sarà spiegazzato, eh"). "E tu cosa stai facendo adesso?" "La risposta breve è che sono in vacanza" "E quella lunga?" "Che mi sto muovendo per fare domande per un dottorato" "Ah, quindi sei in vacanza". "Sei andata a votare alle primarie?" "Certo! E tu?" "No, alla fine no. E chi hai votato? Aspetta... sisi, avrai votato la Puppato" Sì! Ma come hai fatto ad indovinare?" "No, davvero?! Cioè, uno dei tre voti era il tuo?! Comunque era troppo facile, tu sei fissata con le donne al potere".

Mi sono trovata per l'ennesima volta circondata da Politecnici ("ah, e così sei una sua amica. Fai anche tu ingegneria?" "No. Faccio Lettere. Classiche" "...ah" "Ci siamo conosciuti a Losanna l'anno scorso, eravamo vicini" "...ah. Ma, uhm, sei dell'Università di Torino?" "No, della Statale a Milano" "..." "..." "... no, comunque parli bene francese!" (e cosa c'entra??!)), ho provato a spiegare la mia tesi per l'ennesima volta ai non addetti ai lavori (troppo faticoso), ho obbligato il marchigiano a farsi fare le foto con la voisine, ho partecipato io stessa alle foto di gruppo ("Tutti insieme! Come una famiglia!"), e ho fatto la nerd ("ah, eri anche tu a Lucca! Pure io!"). Ho anche pensato di fare la escort per le feste di laurea degli ingegneri (quelli che la nonna li tormenta con "ma allora hai trovato una ragazza?". In fondo ho una faccia pulita, so fare conversazione e fingere interesse e conoscenze che non ho. Alle nonne e agli zii dovrebbe bastare), se non che ho scoperto che ci sono anche delle ingegnere donne e molto carine - e che non tutti gli ingegneri sono orrendi. Peccato, era un mercato interessante.

"Figlia, ma io ti mando a queste cose così poi tu ti trovi un bravo ingegnere... e tu mi dici che non ne hai incontrato manco uno?" "Manco uno che andasse bene".
Anche perché poi mi sono resa conto che in treno, all'andata, mi si era seduto di fronte uno con la classica faccia da ingegnere. Che ha anche tentato un approccio piuttosto banale ("Scusa, la prossima fermata è Novara?" "BBOOOOH!"), e ripensandoci mi è dispiaciuto, ma io stavo ascoltando la mia musica e non volevo essere disturbata. Se preferisci canticchiare fra te e farti i fatti tuoi piuttosto che chiacchierare con un'altra persona, vuol dire che il tizio in questione non ne vale la pena, no? Oppure che sei sociopatica.
Ed ero anche immersa nella lettura, avevo comprato Velvet (perché costava solo 1 euro. E io adoro fare viaggi in treno con una rivista patinata in mano, o un libro nella borsa, o un giornale sottobraccio). Una lettura inutile, davvero, ma con un articolo illuminante.

Io sono una Reykjavik.

Mi è stato detto più volte, e da più persone, che sono fredda. Che inizialmente io, cresciuta con un'educazione calvino-stalinista con influenze giapponesi, pensavo fosse un complimento. E invece no. Dunque, sono a-romantica, si è detto, e pure fredda. Mentre evidentemente dovrei essere sentimentale e pronta a sciogliermi in lacrime ad ogni occasione, peccato che questo se non sbaglio venga chiamato "isterismo", e nell'Ottocento lo curavano con dei proto-vibratori perché, si sa, le donne sono isteriche e l'unica cosa che le può far stare bene è quella cosa lì. Scusate, ma non ne sono convinta.

Comunque, leggevo questo articolo di Velvet dal promettente titolo: Single per scelta (originale, nevvero?). C'è questa scrittrice americana di nome Tracy McMillan, che, forte di tre matrimoni e altrettanti divorzi, si è messa in testa di insegnarci dove sbagliamo nelle relazioni e come farci sposare (e tenerci l'uomo).
Con un approccio sinceramente un po' sorpassato, la Tracy elenca cinque categorie di donne "insposabili", ovvero: 1) le stronze; 2) le pazze (ricordate quanto si diceva dell'isterismo poco sopra? Ecco, appunto); 3) le facili ("la nostra scrittrice usa in realtà una parola molto più forte", scrive la giornalista di Velvet, Deborah Ameri, che cito solo per lodarne l'imbarazzo palpabile nel terminare la frase, è chiaro che non ci crede nemmeno lei: "... e lo fa appositamente per provocare"); 4) quelle che si odiano; 5) le egoiste.
Ora, così a prima vista, io potrei appartenere o alla categoria "quelle che si odiano" (l'adolescenza lascia sempre i suoi segni, no?), o delle "egoiste" ("Specialmente dopo anni di singletudine, si approcciano agli uomini con un comportamento che passa attraverso l'Io", e attraverso cosa, sennò? Il Tu, per passare subito alla categoria 2? Il Noi, per farlo scappare, e giustamente, programmando già al primo appuntamento la propria vita insieme? Altri pronomi personali meno inquietanti?).

Ma la vera sorpresa è che potrei invece appartenere al gruppo numero 1. Cito la nostra Deborah Ameri, che così riassume dalla Tracy: Paragoniamole a Reykjavik, capitale dell'Islanda ...(fico!) Destinazione interessante, per qualche giorno. Ma troppo fredda e inospitale per viverci (e infatti non ci vive nessuno. Mica si è appena detto che è una capitale?). "Se vi sentite superiori agli uomini (che esagerazione, solo ad alcuni... vabbè, solo a MOLTI, ma è oggettivamente vero), se siete arrabbiate con loro perché vi possono far soffrire (sono arrabbiata con quelli che mi HANNO fatto soffrire, perché non si meritavano tutta questa attenzione), se non piegate mai la loro biancheria (e perché mai dovrei farlo?), allora appartenete alla categoria (mi sa che celo). Potete essere sexy, intelligenti, dinamiche e interessanti, ma se non siete anche dolci e affettuose, nessuno vi sposerà mai (me ne farò una ragione)". Meno male che la giornalista commenta, con un ultimo sussulto di orgoglio: "Analisi lucida, ma un filo conservatrice". Un filo?? In confronto, la Lady Grantham di Maggie Smith è una hippy. E Charlotte, l'amica di Elizabeth che sposa Mr Collins perché "ormai ho 26 anni, sono già un peso per i miei" una suffragetta.

Altra illuminazione da treno (stavolta al ritorno, probabilmente motivata dalle letture così stimolanti per l'intelletto a cui mi sono dedicata ieri): Sono troppo vecchia per fare la lolita, troppo giovane per avere il toy boy.

E poi mi stupisco perché mi viene la febbre.

Ultima perla di saggezza del post (in seguito a delle foto pubblicate su Facebook, dove le mie amiche sono carinissime e io sembro quella scema del gruppo): una volta mi è stato detto sai? non sei per niente fotogenica. Uno dei migliori complimenti evah.

Aggiornamento #1 (4.12.2012 h 19.53)
Il carovicino si è beccato la febbre pure lui, e ipotizza ipocondriacamente una sorta di intossicazione dovuta al discutibile cino-giapponese dove abbiamo pranzato. La fine è vicina. Se non dovessi riprendermi mai più, addio, è stato bello, fate un pranzo a base di sushi per ricordarmi, ma, ve ne prego, non un all-you-can-eat. Trattatevi bene, per una volta.

Aggiornamento #2 (5.12.2012 h 21.09)
Il marchigiano, offeso profondamente dalle insinuazioni del carovicino, regala una perla di saggezza indicativa della sua positività nei confronti della vita: "il peggio deve sempre venire". Così, giusto per farvi capire il mood.

domenica 18 novembre 2012

aMUSEd

Era il dicembre del 2006. Ero all'ultimo anno di Liceo, e andavo per la prima volta a un concerto in grande stile, un concerto serio, del mio gruppo preferito. I Muse. Era uscito da qualche mese Black Holes & Revelations, e già c'era chi storceva il naso, che "I Muse adesso sono troppo commerciali".

Io non sono una fan della prima ora, avevo quindici anni quando mi passarono Absolution. I Muse piacevano molto a quello che sarebbe diventato il mio (ex) migliore amico, io prima non li avevo mai  sentiti. Mi ricordo che avevo masterizzato il CD e che in effetti, come da pronostico, mi era piaciuto subito. Soprattutto l'Intro di batteria che esplodeva in Apocalypse Please. E Stockholm Syndrome e Butterflies & Hurricanes, oltre ovviamente a Time Is Running Out (che era anche l'unica canzone che conoscevano un po' tutti). Ma la mia preferita era (ed è) senza dubbio Hysteria (mi ricordo un fumetto fatto con S. un paio di anni dopo: Mettiu cantava "Give me your heart and your souuuul" in tono disperato e io e lei gli porgevamo i nostri: "Per te!" - sì, veri e propri deliri adolescenziali).


Showbiz e Origin of Symmetry li ho ascoltati dopo, e forse sarà per questo che non capisco (limite mio eh) quelli che dicono con spocchia "solo quelli erano i veri Muse" (perché, dopo sono stati sostituiti da cloni, tipo Paul Mc Cartney? Eppure ho controllato, il tipo sulla copertina di Absolution ha le scarpe, giuro!). Sono comunque due album straordinari, basti dire che in Showbiz c'è Unintended (che già da sola sarebbe bastata - è struggente senza averne l'aria e parla d'amore senza tirare in ballo il cuore. E invece no, c'è una track list che parte con Sunburn e Muscle Museum. E c'è Uno. E Showbiz, accidenti! Insomma, mi fermo qui), e che Origin of Symmetry si apre con New Born, Bliss e Space Dementia (e c'è Plug in Baby, e Feeling Good!). (Giusto per completare la critica: fra OOS e Absolution Mett & soci trovano il tempo di fare un terzo album, Hullabaloo, che è in assoluto quello che conosco peggio di tutti, e quindi non mi dilungherò a parlarne. In generale, comunque, per i primi tre album faccio più fatica a collegare il titolo alla canzone stessa, e per elencarli tutti con charme come ho appena fatto, me li sono ovviamente andati a riguardare su muse.mu).

Quando uscì Black Holes & Revelations ne imparai invece ogni singola canzone. C'era Supermassive Black Hole che non c'entrava una cippa col resto, io e i miei amici ascoltavamo il singolo e non si capiva perché avessero scritto una cosa del genere. A me, dopo lo sconcerto inziale, piaceva, soprattutto perché mi sono sempre divertita a disattendere le aspettative prevedibili della gente, e immaginavo che fosse lo stesso per il trio inglese. Di quell'album avevo adorato Starlight e Invincible al primo ascolto, erano così romantiche (ma non sdolcinate) e perfette da citare sulla Smemoranda ("Let's conspire to ignite all the cells that would die just to feel alive" e "And tonight we can truly say together we're invincible"). E poi Map of the Problematique, Exo-Politcs (ma anche Take a Bow), e City of Delusion. E Knights of Cydonia, la cavalcata tamarra e apocalittica da cantare a squarciagola con aria da sputasentenze ("Don't waste your time or time will waste you") e la rabbia giusta per cambiare il mondo ("You and I must fight for our rights, you and I must fight to survive"). Sì, vabbè, che volete, era il 2006, avevo diciotto anni ed era il mio primo concerto.

The Resistance uscì, almeno così mi pareva, SECOLI dopo. Ed era ridondante, sinfonico, drammatico, colto, pestato. Di The Resistance mi ricordo United States of Eurasia fatta uscire come singolo un minuto alla volta in una sorta di caccia al tesoro mondiale. E mi ricordo che le prime a piacermi erano state Uprising (la canticchiavo alla mia laurea, per darmi forza. Probabilmente sembravo una psicopatica: "They will not control us, we will be victorious") e Resistance. La traccia assurda era questa volta Undisclosed Desires, ma davvero assurda, per la serie "no questa non mi piacerà mai": dopo qualche ascolto, mi sorprendevo a sculettare sull'intro, e a canticchiarla sotto la doccia. E poi, MK Ultra, e I Belong To You ("verse-moi l'ivresse"). E Guiding Light, e Unnatural Selection. Insomma, tutto, compresa l'Exogenesis Symphony, che inizialmente trovavo troppo cervellotica (comunque, qui se volete piangere). Eppure nel 2010, nonostante venissero a Milano, avevo deciso di non andare al concerto ("ma no, è troppo caro! Dove sono i prezzi student-friendly? Col cavolo che gli dò tutti questi soldi!"). Ovviamente me ne sono amaramente pentita.

Ho dovuto aspettare altri tre anni, ma questa volta non avevo la minima intenzione di rinunciare al concerto, anche a costo di andarci da sola (eventualità che, mi sembra superfluo dirlo, non si è verificata). A Giugno c'era la possibilità per noi, eletti fan iscritti al sito, di acquistare biglietti in prevendita: eccerto che sfrutto la possibilità di accaparrarmi un posto! E tutto questo prima ancora di aver ascoltato l'ultimo album.

Yep, I was there, bitches. Tutte le foto sono state fatte con infinito amore e sapienza da S.

L'ultimo album, ovvero The 2nd Law, che come ormai tutti sanno non allude alle tavole di Mosè, regoledegliamici o perversioni strane, ma al secondo principio della termodinamica. In The 2nd Law le paranoie raggiungono alti livelli di isterismo (Animals), si riesumano ballads già sentite (Explorers) che però continuano a piacermi, e si istigano i detrattori al linciaggio. Si fa cantare Chris (Save me e Liquid state). Ce la si mena con l'inno delle Olimpiadi ("Yes, I'm gonna wiiiiin!"). Soprattutto, si cambia continuamente. L'overture di Supremacy, che è un'essenza di puri Muse (complottismi, rivolta, pare mentali). Madness, il singolo che ammicca alla dubstep, tipico loro nel suo essere totalmente atipico (ma aspettate la fine dell'album prima di parlare). Il funky di Panic Station, che al primo ascolto mi ha fatto dire "ma cos'è questa roba?!". E poi di nuovo un Prelude strumentale che è praticamente Chopin (ma se vogliamo parlare di tracce strumentali, parliamo dell'ultima, Isolated System). E così via fino all'assurda Unsustainable. Tipo che se me l'avessero fatta ascoltare ai tempi di Absolution non avrei mai e poi mai detto che era loro, probabilmente la me quindicenne avrebbe detto scandalizzata "ma è cooooosì elettronica!". Appunto, ragazzina, è bella per quello.

It's like some kind of madness was taking control

C'è chi sostiene che questo cambiare sia un male. I finto-indie, i poser che, benché pluriventenni, ragionano ancora come quattordicenni che si vestono solo di nero, leggono Sartre senza capirlo e si lamentano di essere gli unici depositari della verità, costoro, dicevo, li odiano per questo. Io egoisticamente e ignorantemente mi dico che a me piacciono, e mi piace che cambino e continuino a cambiare (restando però sempre gli stessi, con gli acuti di Mett, la sofferenza, le facce buffe di Dom, Chris al basso che sogghigna, le canzoni al piano, le manie di perseucizione, le paranoie, la perenne tamarraggine).



*

Comunque, tutto questo preambolo per dire che sì, venerdì 16 novembre ero a Bologna, sei anni dopo il mio primo concerto in grande stile, il primo concerto serio, del mio gruppo preferito. Ero con A., ovviamente (e S., e il loro altissimo amico Pol. Chissà com'è bello ai concerti non dover litigare per la tua porzione di ossigeno, e vedere il palco senza problemi). Inutile dirlo, è stato epico.


Esaltante e commovente e divertente. Scenografico. Coinvolgente (in più di un senso, spintonavo per mantenermi in vita ed avvicinarmi sempre di più al palco). Emozionante. Mettiu zarro come al solito ("che camicia orribile" "è una felpa"), Dom che alla fine appare in tutina aderente blu che sembrava pronto per impersonare un fermento lattico nella pubblicità degli yogurt, e Chris che forse era quello messo meglio, ma che ovviamente non si filava nessuno (povero caro. L'ho sempre preso in giro per essere "quello inutile", ma vedere come tutti seguivano Mettiu e nessuno se lo filava mi è dispiaciuto. Poi l'ho visto ridacchiare neanche tanto sotto i baffi (non è una metafora, purtroppo. Sembrava un narcotrafficante colombiano), e vendicarsi lanciando un'armonica sulla folla).

Che non si dica che ho trascurato il Poverocris. Ecco una foto tutta per lui! (ahah)
(Che poi, è anche abbastanza buffo come ormai i tre siano diventati parte del mio mondo: Mettiu, il Poverocris, Dom con le sue facce buffe e i pantaloni troppo stretti).

Mettiu al piano. Un pianoforte a coda tamarro, con varie lucine che si illuminavano mentre suonava.
Un po' tipo il basso a led di Chris (i bassi a led)
Aprono con Unsustainable, come speravo. E poi continuano alternando le canzoni dell'ultimo album alle altre (Supremacy, e poi Hysteria, Resistance, Supermassive Black Hole), Animals (mio dio che inquietudine il video (sì, nota di redazione, c'era una piramide, inizialmente rovesciata, sospesa sul palco, su cui scorrevano video, immagini, e riprese del concerto)), Explorers e Falling Down e Time Is Running Out (ruggito della folla). E poi ancora Liquid State e Madness (con lo sguardo ammiccante di Mett al di là degli occhiali enormi con il testo sulle lenti), e Follow me che quasi mi commuove ("Follow me, you can trust in me, I will always protect you": se proprio Mettiu doveva riprodursi, meglio che canti questo al figlio, piuttosto che "Paranoia is in bloom". Almeno come ninna nanna). E Undisclosed Desires. E poi vecchie perle come Plug In Baby e New Born. Io che su Uprising mi ricordo della mia laurea e sono piena di voglia di fare e di cambiare e di essere migliore in tutto. La corsa infinita di Isolated System e quella tutta da cantare di Knights of Cydonia. E Starlight, e la chiusa con Survival (e geyser che esplodono a destra e sinistra).


Scrivo di domenica, perché ieri ero troppo esaltata per comporre frasi di senso compiuto. Insomma, sono tornata ggiovane, una ragazzina che si esalta per il suo gruppo preferito (e che si ritrova ad aspettare che i tre escano dall'albergo. Giuro, io, A. e S. non volevamo, non sapevamo. Poi siamo passate di lì, se non ci fossimo fermate l'avrei rimpianto per sempre. Certo che, Chris sei sposato e con prole numerosa e non mi piaci, Mettiu eri il mio grande amore ma ora hai un figlio pure te, Dom, mi resti solo tu, ti prèèègo spòòòsami!)


Ora devo solo convincere i miei che non sto scrivendo la tesi e non mi laureerò in tempo, ma che mi piacerebbe taaaanto avere i loro soldi per poter andare al concerto a Torino a Giugno.

lunedì 13 agosto 2012

Attacco (sventato) di lirismo e melancolia

Questo non sarà un intervento strappacuore, né una glorificazione di Losanna (non Los Angeles. Ti pare che uno vada a fare un Erasmus a Los Angeles? E per laurearsi in che cosa, esattamente?), né un mélo sul mio anno di Erasmus.

Epperò.

Epperò sono appena tornata da un tre giorni a Losanna, per salutare E. in partenza per gli US, ripraticare il francese, mangiare framboises à la double crème (et meringues) a Gruyère, andare a cavallo, risalutare la gente dell'Unil, prendere il fresco nelle grotte di Vallorbe.

Quindi, sì, fondamentalmente questo potrebbe essere proprio uno di quei post strazianti, sul tempo che passa e quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia, sui ricordi a tradimento, che sono già diventati ancora più belli e luminosi.

Il fatto è che a vivere per un anno in un posto, è normale che questo si intrida di ricordi. Solo che non ci pensi veramente, non lo realizzi appieno, fino a quando non ci torni.

Comincia in sordina.

Salgo sul treno e mi immergo nel mio libro. Quando mi decido a guardare fuori dal finestrino, impaziente, la prima cosa non è (non ancora), il lago, e neppure le montagne o i vigneti. No, la prima cosa è l'orologio delle stazioni svizzere (questo, per intenderci), niente di meno romantico e di più banale, eppure è subito madeleine.



*

Sono le piccole cose così scontate e quotidiane a cui non hai mai fatto caso, come un orologio, appunto. O quel piccolo negozio di tè. O la m2 con una musichetta diversa per ogni fermata.

Sono le strade che hai percorso mille volte, e che vedi come se fosse la prima dal finestrino di una macchina.
Il tempio buddista nel Parc Olympique. La creperia a Ouchy. Il pub dove c'era stata la festa Erasmus ad Halloween e dove, mesi dopo, avevo bevuto una birra con A. e R. prima di accompagnarle in stazione.

E quasi ti manca, una passeggiata fatta in novembre in riva al lago, la prima fino a Pully; il francese vaudois, quasi una cantilena; persino le insegne gialle della Posta o l'enorme M arancione della Migros budget.

Basta una canzone per ricordare quella serata assurda al Darling, o a quell'altra al Buzz, mentre la macchina gira a destra e ti trovi improvvisamente di fronte al Blue Lézard. La fermata di Bessières, il profilo scuro della cattedrale, di sera.

Il concerto degli Austra in quello che sembrava un cantiere e la conta degli hipster; i palazzi vecchi e un po' lasciati andare, ma ancora bellissimi, i giardini curati e senza cancello; le vetrine lucide delle panetterie, i carac verdi e le piccole tartes au citron.

Le mani già impacciate nel maneggiare soldi diversi, residui di abitudini dure a morire (la plaque è accesa? Sicura? Non è passato un quarto d'ora?), six is for chicks, la fauna dell'EPFL (e quella dell'Unil), la geografia di una città che "la conosci meglio di me!", i tossici della Riponne, e per fortuna non siamo passati per Rue de Bourg o per la periferia Ovest, che già così, alloggiando a Nord (fra villette, boschi disciplinati e gatti), rischiavo il tilt emotivo.

*

E ora basta, sono due giorni che questo intervento si trascina, mi sembrava di avere talmente tante cose da dire, ma tutto il fiume di ricordi è sparito, chissà dove. Alla prossima madeleine.

venerdì 25 maggio 2012

Fragole, Strawberries, Fraises, Erdbeeren (and so on)

Quando ero piccola avevo un libro, regalatomi da non mi ricordo più chi, intitolato Sei piccole amiche. Il formato era grande, la copertina piuttosto stucchevole, come anche il concetto di fondo: sei amiche, bambine (ma di che età, di preciso? Otto anni? Dieci?), che vivevano da sole (!) in una grande casa lontano da tutto (vabbè, è letteratura, mica un libretto di istruzioni, non è che debba essere realistica per forza). C'era la studiosa/bacchettona, la vanitosa/vamposa, quella tanto buona e tanto cara (tipo Beth di Piccole Donne. Sì, quella che muore in Piccole Donne Crescono) e quindi tanto inutile (vedi parentesi precedente), la bambina pasticciona etc. Non era un romanzo vero e proprio, piuttosto una serie di racconti brevi vagamente edificanti (che poi a un certo punto arrivava prepotente anche l'elemento romance, con un tizio dotato di un cavallo e di qualche titolo nobiliare che si innamorava di una, e poi c'era un ballo, e l'ammore esplodeva, in modo piuttosto incongruo perché non si capiva bene quando le ottenni del libro fossero cresciute di almeno dieci anni per stornare il sospetto di pedofilia dall'autore). Insomma, non il mio libro preferito (a questo punto, meglio il buonista Piccole Donne originale, ovvio): quello che mi piaceva davvero erano certi disegni (soprattutto quelli della seconda parte: in una storia trovavano in soffitta dei vestiti vecchi e si mascheravano, e poi ovviamente c'erano i preparativi per il ballo, dove tutte diventavano extra glam. Disney al tempo mi aveva già rovinata, ebbenesì). Dunque, una certa facilità di trama e di struttura, bello da guardare, niente di più (oltre al fatto che dovrei ostracizzarlo per il solo fatto di essermi letta Dalla parte delle bambine in quinta elementare): e perché ne sto a parlare, e così a lungo?

Perché in una storia, e nemmeno una delle più belle, avevo letto che "Aspetta! Non mangiarle subito! Non lo sai che si esprime un desiderio prima di mangiare le prime fragole della stagione?", o qualcosa del genere.

Ieri sera c'era ancora festa sul campus. Caldo, sole, l'EPFL invasa da stand di nerd e geek e altro (scalare una parete da arrampicata con i mocassini e lanciarsi nel vuoto aggrappata a un filo, urlando in direzione di I. e salutando regale un fotografo per caso: fatto), una Carolus per salutare il déménagement di Zelig (mi mancherà, ma cosa lo dico a fare, che l'anno prossimo non sarò nemmeno più all'Anthropole?!), cibo da bancarella, zucchero filato, pop corn e kebab, avere l'impressione di conoscere un sacco di gente, musica a caso (Smoke "l'hanno registrata a Montreux"On The Water e Ke$a? Pink Floyd e Lady Gaga? Seriously?!) e proprio per questo divertirsi e ballare sul prato, prendere la mano del tipo che cerca inutilmente di farti fare una giravolta dietro l'altra (sei caruccio, ma io non sono capace di ballare! Mollami!), liberarsene (modalità Io ballo da sola, o meglio, con le mie amiche: on), tornare a piedi chiacchierando e strascicando i piedi, senza fretta, destabilizzando giovani ignegneri ubriachi ("Vedi? Ho il bastone, sono Gandalf!" "Pf, al massimo sei Gandalf il Grigio, certo non Gandalf il Bianco..." "...!!"), sfottendosi col solito Architetto ("Stasera non bevi, païenne?" "Ho già bevuto. E tu, che hai in mano? Una confezione di birra da sei? Non cambi mai, eh?!" - la sera prima, come sempre quando bevo, mi ero messa a parlargli delle deformazioni che comporta la cultura classica. Mica colpa mia se si era seduto vicino a me), con giusto il maglione leggero di cotone sulle spalle e quel bel vento che sembra spazzare vie le preoccupazioni.

Serata da estate insomma.

Stamattina (beh, mezzogiorno, non sottilizziamo) ho comprato un cestino minuscolo di fragole. Stasera ho mangiato la prima pensando a tutte le cose belle che potrebbero capitarmi ancora, a quelle che spero mi accadano, all'energia e all'impegno che voglio metterci per farle accadere.

Fragole in procinto di essere divorate. NB: dizionario di greco, un angolino di "Il trono di spade. Il Regno dei Lupi - La Regina dei Draghi" e de "Le Robert pratique" (no, non il Baratheon, il dizionario di francese che incombe sullo sfondo). Senza dimenticare la fida lampada ikea.


Buone fragole, e buoni desideri a voi.

*

Oggi, a qualcosa come seicentoventi km da qui, un'amica che non vedo spesso e che è sempre in giro per il mondo, ma che ogni tanto passa di qui, si è laureata. Ti auguro tutte le fragole del mondo, E. (vabbè, hai capito che voglio dire. E comunque è mostruoso che tu abbia già finito la specialistica, sappilo).

lunedì 30 aprile 2012

PMS

Diciamolo: Aprile è stato un mese un po' così.
Il che è strano, perché io amo Aprile: mi piace il cambio di stagione, la primavera, le prime fragole, la Pasqua e il cioccolato e la colomba e la pastiera napoletana, le giornate più lunghe, la luce, anche il rimescolamento ormonale. È l'Aprile di Album d'Aprile di Paolini, del a me della politica piacevano gli ideali e le liturgie. Degli ideali non si parla, si rovinano, se ne parli li rovini. Le liturgie che interessavano erano quella roba che si addensava tra il 25 aprile e il 1° maggio, l’ultima occasione di far la rivoluzione e di trovarsi la morosa prima dell’estate, ma in senso inverso d’importanza (seguito a ruota da quel "Norma! Vieni alla festa del Primo Maggio?" "Va bene!" "...!" "Quand'è?")

E questo Aprile, che pure era cominciato bene con il senso di soddisfazione della mattina dopo (tutta quella forza dell'ultimo post: prendere una decisione e scoprire che in realtà non era facile, ma facilissima, dato quanto bene mi sentivo dopo; ritornare a fare a meno degli sporadici accompagnatori tanto per, perché effettivamente si sta meglio senza; crogiolarmi nella mia primavera elvetica), questo Aprile, che mi regalava una settimana a casa a farmi coccolare, e poi di nuovo qui, felice e indipendente nel mio studiò... beh, semplicemente non è andato così bene (it didn't live up to expectations; come si legge sulle confezioni al supermercato, l'immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto e non corrisponde alla realtà).

Malavoglia, cattivo umore, un po' di crisi. Per tante cose: il vedere ahimè troppo vicina la fine di questo Erasmus che mi ha sorpreso oltre le aspettative (il fatto di sentirmi una studentessa quasi indigena, non una straniera qualunque che passa e va; una città spesso assurda ma che ho imparato ad amare senza rendermene conto; sentirsi esotica e speciale con il mio accento incancellabile, i miei maledetti eppur buffi errori, e il mio nome che suscita stupore, mentre in patria è la summa del banale; e poi, ça va sans dire, vivere da sola, non per tirarsi in casa chi si vuole, passare le nottate fuori o nutrirsi solo di budino, ma per sapere che, volendo, lo si potrebbe fare), la mia paura della "vita vera" da affrontare al ritorno (esami che non ho voglia di preparare, tesi che mi piace chiamare "work in progress" ma che in realtà è solo un brutto titolo provvisorio su un foglio altrimenti bianco di word, e poi, l'incognita del futuro un po' più in là che prossimo); sempre, quello stringimento al cuore nell'entrare a casa (casa-Italia) e vedere il pianoforte chiuso, e sapere che un tempo lo suonavi apparentemente senza sforzo (peggio, molto peggio, della malinconia nel ricordare che, sì, c'era un tempo in cui facevo una spaccata perfetta, e la ruota sulla trave alta); e poi, per la prima volta da tanto, tanto tempo (da sempre?) il chiedersi "ma ho fatto la scelta giusta?". Mi piace quello che studio, riesco bene, ma... e se avessi fatto altro? Sarei più sicura, più "socialmente accettabile?" se avessi fatto biologia, o medicina (!), o cos'altro?

Sentirsi brutta e stupida senza neanche troppe ragioni, insomma; la classica sindrome premestruale, che però si era trasformata nella sua inquietante versione geneticamente modificata resto con te anche durante e post.

Infine, ritrovarmi ad ammettere prima a me stessa, e poi ad alta voce (e dio mio, quanto suonava stupido ad alta voce) che quando avevo dieci anni pensavo che avrei fatto chissà che cosa. No, non che mi immaginassi sposata e con prole a ventitré anni (già da piccola, collocavo la mia vita adulta in un futuro moooolto nebuloso, e avevo ambizioni molto più da figlia di figlia del 68), ma sicuramente mi vedevo fare, pensare e immaginare... grandi cose (non meglio definite). E va bene, nella fattispecie, pensavo che sarei stata una scrittrice. Non ci ho mai neppure pensato tanto, perché era certo che sarei stata una scrittrice, e una delle migliori. Non per niente riempivo anche io le agende come Prisca, no?

E invece, eccomi qui, ventitré anni, ostinatamente piatta (e sì, intendo di seno; ma devo ammettere che col tempo ho imparato ad apprezzarne i vantaggi - tanto non mi riprenderò mai più dal trauma di vedere le mie amiche delle medie che si compravano reggiseni e guardavano i Pokémon, mentre io mi davo ai classici della letteratura chiedendomi quando mi sarebbero finalmente cresciute le tette), ostinatamente logorroica di pensieri (e di parentesi, oggi particolarmente), e altrettanto ostinatamente priva di brillanti trovate o idee geniali (quindi, i pensieri sono tutti ostinatamente fuffa) (c'è un verbo francese per questo, mi dicono: gamberger). Riesco piuttosto bene nello studio, ma non sono un genio; non so cosa voglio fare, non sono particolarmente brava in qualcosa (tutti hanno un'abilità, una passione speciale, che li contraddistingue. Io pensavo che la mia si sarebbe palesata prima o poi, e invece niente).

Forse non è nemmeno colpa di questo Aprile: è qualcosa che rimonta ad almeno un anno fa. Dopo l'esaltazione della tesi triennale, del sentirsi adulta e, scusatemi, ma è vero, assolutamente FIGA con le mie idee geniali e la mia sfacciata originalità in un Dipartimento dove tutto è già stato detto, mi sono ritrovata a realizzare che in realtà non ero così speciale (cala cala Merlino!), che avevo tradito le mie aspettative d'infante, et caetera (vedere qui per trovarci, en passant, una domanda che ha effettivamente scatenato la crisi. Eh, lo so che è di un sacco di tempo fa. Beh, il ragazzotroppotimido sarebbe contento di saperlo). E stupidamente, mollando piano, mi sono sentita perdere quel "qualcosa in più": non che fossi eccezionale, ma evidentemente mi faceva sentire importante. Che stupida mente pomposa che ho (a questo proposito, è buffo come io oscilli pericolosamente e senza mezze misure dal sottostimarmi - della serie sì, colpiscimi, faccio schifo, me lo merito - all'autoesaltazione totale).

Fa seguito, a tutto questo, La Malavoglia. L'idea platonica di malavoglia, tanto per dire. Non so come sia riuscita a preparare il seminario per oggi, che infatti ha lasciato perplesso ben più di un uditore, la sottoscritta in primis (che mi ero pure scritta un discorso, e leggendo pensavo: ma che sto dicendo??!) (anzi, no, lo so come ho fatto: negli ultimi dieci giorni, ho ripreso ad avere un po' più di energia. E di confiance en moi, forse? Beh, ho riscritto sul blog dopo un mese, qualcosa vorrà pur dire).

Fra l'altro, causa amiche paranoiche che googlano cose apparentemente a caso ma che in realtà sono spiegabili con l'essere (stati, ahimè) sedicenni (anzi, forse no, a volte invecchiare fa bene), mi sono imbattuta in quello che era il forum del mio liceo. Perché il mio liceo avesse un forum sarebbe anche un'altra storia, ma comunque: dio mio, l'adolescenza. C'era un periodo della mia vita in cui scrivevo con le k e abbreviavo un sacco (ma perché, poi? Perché lo facevano tutti? Ah, il conformismo!). Ed ero veramente insopportabile. E patetica. E totalmente insicura di me (sì, più di quanto lo sia ora). Comunque, questo non mi ha impedito di spendere ore a rileggere vecchi post che ora suonano ridicoli. Come eravamo ggiovani, davvero. È commovente vedere come certe cose siano restate (la vodka alla fragola, per esempio, di cui una certa psyche e una certa delphine parlavano in seguito a una festa), e altre, beh, altre siano solo dei bei ricordi (perché poi colui che "saremo amici per sempre! Questo non cambierà mai!" ti ignori, ma pare sia diventato il fratello d'elezione del tuo ex - ma mica c'è stato un momento in cui si odiavano?! - questo è veramente un mistero. Freud, abbiamo bisogno di te, ma ti prego non dirmi che c'entra il sesso).

Bref, ho scritto la mia solita spatafiata di pare mentali, e ora sono pronta a lasciarmi tutti i momenti blu (o anche solo azzurrini) alle spalle, insieme con Aprile. Perché per affrontare Maggio, ci vuole coraggio.


PS: grazie per il titolo. In un momento di scoglionaggine maxima, ridere della PMS, anche se solo via skype, ma insieme, è stato meglio di un abbraccio (cuoricino, e tag di frEIndship, a questo punto).

sabato 8 ottobre 2011

Stavo rimettendo a posto la tessera sanitaria nel portafoglio, e non ci riuscivo. C'era qualcosa dentro la taschina che faceva resistenza. Smadonnando silenziosamente contro la mia mania di lasciare ovunque tracce pressoché inutili ("sarà lo scontrino di una gelateria, messo via, chissà quando, solo perché il posto era carino"), riesco a recuperare "l'intruso". Un foglietto ripiegato, scritto a mano dalla sottoscritta.

L'amore non è una cosa che è lì e si limita a stare lì ferma, come una pietra: è una cosa che deve venire fatta, come il pane, rifatta ogni volta, rifatta nuova. Quando l'ebbero fatto, rimasero uno nelle braccia dell'altra, tenendo stretto l'amore, e si addormentarono.


Ursula K. Le Guin, La Falce dei Cieli


E allora improvvisamente mi sono ricordata perché mi piace conservare ricordi e disseminarli in giro. Perché spero sempre di ritrovarli per caso, e di sorprendermi, e di riviverli.

Un libro consigliato (impaginato!) da un'amica, l'estate della laurea, una casa in montagna con i lavori in corso, una passeggiata silenziosa nel bosco.

venerdì 30 settembre 2011

(NB: questo post è stato scritto all'inizio di settembre. Non sapevo neppure più se pubblicarlo o meno, ma dovrei farcela al pelo prima di mezzanotte e prima di ottobre, quindi ci provo, e tenetevelo così).

Quando avevo diciotto anni ho incontrato l'uomo della mia vita. Cioè, credevo lo fosse. Fatto sta che ero giovane e ingenua (più di ora, se non altro) (fra l'altro, chissà se qualcuno ha già pensato a mettere sotto copyright la frase "ero giovane e ingenua"), e lui era più o meno quanto la diciottenne giovane e ingenua che io ero voleva. Non che ci volesse poi molto, bastavano le piccole grandi sintonie, e il fatto che mi facesse ridere, e che mi incantasse quando parlava.

Certo, col senno di poi è facile dire che avrei dovuto sospettare che c'era qualcosa che non andava (tanto per dire, quando mi rivelò che il suo libro preferito era I dolori del giovane Werther, "soprattutto la parte con i canti di Ossian"). La verità era che allora ("ero giovane e ingenua", marchio registrato) non davo peso a queste cose, anzi, mi sembrò un pregevole segno di distinzione.

A peggiorare il mio senso di discernimento, ci si mise pure il prof di greco del liceo, che, durante quella celebre lezione su Polibio, pronunciò LA frase, una di quelle che ti cambiano la vita.
Complicandotela per sempre.

LA frase, tanto per farvi capire la gravità della situazione, mi ha incitato a scartare a priori chiunque fosse privo dell'indispensabile dono della lacrima facile di fronte al méninaèidetheà.
Diceva più o meno così: se ti trovi davanti un uomo che piange leggendo l'Iliade, non è del tutto da buttar via. Soprattutto se è uno Scipione ed è davanti a Cartagine.


E io, idiota, a esaltarmi tutta, nel mio banco vicino alla parete, perché, mentre prendevo appunti con foga, ero stata folgorata da una certezza: LUI piange leggendo l'Iliade (e, anziché mettermi a ridere, o prenderla come un deterrente, mi sembrava una cosa figa).

Fine di quella che avrebbe potuto essere una vita sentimentalmente normale.

Tutto questo "grande amore", ovviamente, non durò nemmeno dodici miseri mesi.
La parte del lasciarsi, quella sì, fu lunga e difficile e tormentata. Perché mica poteva finire in modo normale.

Da allora, odio la locuzione "non so".
Da allora, nonostante i "non so", abbiamo passato (almeno) i due anni successivi a pensare (alternativamente, e pressoché mai simultaneamente) di essere fatti l'uno per l'altra, stressando in maniera indicibile i rispettivi amici.

Da allora, ho imparato che quando dici per la prima volta "ti amo" a qualcuno, può anche non esserci nessuna risposta. Il soggetto in questione, per esempio, mi ha risposto dopo due anni e mezzo. E io stavo con un altro (e uno che fa così non ti ama. Ama solo se stesso, l'egocentrico, se stesso e la sua sofferenza) (I dolori del giovane Werther, appunto).

Credo che nonostante tutto il tempo ci avrebbe fatto tornare insieme (come ripetevamo entrambi, pervicacemente, alla spalla dell'amico/a che continuava ad ascoltare quei discorsi per la millesima volta, e voleva solo vomitare per la noia), se la pazienza fosse stata solo un po' più paziente, il tempismo un po' più tempestivo, o se, semplicemente, almeno uno dei due avesse messo da parte l'orgoglio.

Fortunatamente non è successo.
Fortunatamente perché nonostante avessimo passato mesi e mesi a dipingerci come "la persona che sposerò", è chiaro che, beh, la perfezione non è di questo mondo, e la delusione, di conseguenza, è sempre in agguato.

Siamo seri: quanto (poco) tempo sarebbe passato prima che lui capisse che non avevo nessuna intenzione di sfornargli pargoli - e sottolineo il maschile - e cucinare primo secondo contorno frutta dolce caffè, lasciandolo in pace durante le partite del milan? Quanto, prima di renderci conto che leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse va bene, appunto, per un giorno, ma non per tutta una vita?

E me la sarei sentita di continuare a mentirgli? Io, I dolori del giovane Werther l'avevo letto, ma saltando pressoché a piè pari i canti di Ossian (un po' come le parti storico-filosofiche in Guerra e Pace).

Comunque, siamo rimasti nelle rispettive vite per un po'. Niente amoreggiamenti, ma tante parole, e in fondo andava bene così. In realtà, come è chiaro anche al lettore sprovveduto che è arrivato fin qui solo perché cercava Dante, Inf., V, 127-8, il nostro continuare a frequentarci e a ripeter(ci) quando stavamo bene insieme era ovviamente molto masochista.

Un po' come One Day, e non fate sofismi sul paragone, che ovviamente lusinga entrambi.

(Parentesi su One Day: ho adorato il libro - d'accordo, letteratura d'intrattenimento, e allora?? (e poi, la letteratura è intrattenimento) - nonostante la sofferenza gratuita e l'autolesionismo dei personaggi. Penso che certe pagine siano semplicemente perfette - tranne l'incipit, ma poi c'è quella frase su questa storia che si diventa vecchi, e che io invece ho deciso che vorrei rimanere esattamente come sono ora, eh, beh, condensa le ultime generazioni in neanche un paragrafo, e la sbruffoneria che in realtà è paura, che non c'è bisogno che ve la spieghi, la conosciamo tutti. Sto aspettando di vedere il film, ma, parliamone: Anne Hathaway è decisamente troppo bella, e Jim Sturgess decisamente troppo "stropicciato": per fare Jude è perfetto, ma per il borghese ricco, un po' stupido e tanto fascinoso? Bah).

"Un po' One Day" nel senso che siamo rimasti nelle rispettive vite per quel po' in cui ci si interessava ancora l'uno all'altra. Insomma, fino a quando faceva ancora male, per dirla in modo da far piangere i quindicenni emo.

Poi, non so se a poco a poco o improvvisamente, è finito tutto.
Finite le paranoie, finite le telefonate e le serate a birra e parole. Soprattutto, finito il tormentarsi inutilmente. Forse perché non si è in un romanzo, dopotutto, e fortunatamente di diventare "migliori amici" non si è mai parlato (niente "Dexter, ti sposi! Ma è pazzesco!", grazie a dio).

*

E niente, tutta questa sbrodolata para sentimentale perché, dopo un anno di tacito accordo di pacificazione (non ci sentiamo, ma non ti odio, non ti amo, tu non mi odi e hai incontrato la donna della tua vita), ho scoperto circa una settimana fa che mi ha cancellato, chissà quando, da Facebook (e su come Facebook abbia cambiato tutto, sentimentalmente parlando, prima o poi qualcuno ci scriverà un saggio di sociologia). Sono rimasta spiazzata, ma nemmeno troppo.

Dopo tutta questa sofferenza (artisticamente fecondissima, va detto), sussulti un istante, "WTF??", e alzi le spalle.


I cannot live without my life, I cannot live without my soul, però poi la vita normale vince sempre, e per fortuna.

Emily, tu hai mentito.

martedì 13 settembre 2011

Maybe, you and I will not believe in the things we find behind the door

Il fatto è che da piccola mi piaceva fare la valigia. Mi piaceva l'atmosfera che aveva la casa la sera prima di partire per le vacanze, mia madre che tornava a casa dal lavoro e stirava quintalate di roba accumulatasi, mio padre che "dai Gianni vai a dormire che dobbiamo alzarci presto", io che, manco fosse Natale, non riuscivo ad addormentarmi, e poi sveglia nel cuore della notte, fai piano sennò disturbi i vicini, colazione antelucana e tutti in macchina. Dopodiché, l'immancabile "siamo arrivati?" appena imboccata l'autostrada, e ore di sonno.

Ora avrei almeno due valigie da preparare, e non ne ho proprio voglia. E c'è un post già scritto che attende un'ultima revisione prima di essere pubblicato, un piano di studi da perfezionare, e-mail in francese da scrivere, burocrazia da sbrigare, persone da contattare e da salutare, libri da impilare. Invece io mi siedo sul letto e accendo il pc.

Nobody knows the way it's gonna be.

In tutto questo, eventi notevoli della mattinata (a ora):

1) nell'ultimo sogno mattutino, quello più vivido perché ti sei già svegliata una volta e quindi sei nella goduria del riaddormentamento, vivo una scena da Harmony. Nel sogno, penso: no, non può essere così facile, ci deve essere qualcosa che non va! Modifico il sogno perché l'Eroe si trasformi nel Cattivo. Poi, pietosa, mia madre mi sveglia.

2) scopro che gli amorevoli genitori, quelli che un po' ti viziano perché sei figlia unica, e che ti coccolano ancora nonostante la tua età ormai veneranda, dopo giorni di "Ma che dici, prendere il treno, che sei scomoda con la valigia, le borse e tutto... Ti porto io in Centrale, scusa!", hanno deciso che, dopotutto, posso anche arrangiarmi da sola. "Giorno di ferie? Permesso? No che non l'ho preso, non mi hai detto niente! Ma portala tu, che sei a casa, piuttosto!" "Lo sai che avevo intenzione di stare con Paul!" ... "Vabbè, figlia, vacci da sola".

3) ricevo una telefonata da un numero sconosciuto. Rispondo e mi sento apostrofare con "Ehi, quattrocchi!" Considerata la simpatia, e fatte due considerazioni sul timbro della voce, deduco che sia il marito di mia cugina, che ha questa mania di fingersi altre persone al telefono. Lo smaschero, "Guarda che ti ho riconosciuto! Ma non dovresti essere al lavoro?" Silenzio. "Vabbè", e riattacca. Comincio a pensare che non sia lui, dopotutto. Ma chi è l'idiota. allora?

4) mentre già pensavo di essere stata sedotta, usata e abbandonata ("...e quindi tu hai già fatto l'esame di C... potresti inviarmi i file? Io non riesco ad accedere al sito..." "Ma certo, non c'è problema, ce li ho ancora tutti salvati sul pc" *tornando a casa e scaricando appositamente qualcosa tipo 28 file*) da Ewan (una versione di Ewan Mc Gregor più metallara e boscaiola, che vedevo a un corso in unimi lo scorso autunno, e che mi sono trovata all'esame giovedì), ricevo finalmente una risposta via mail. Vabbè che non dev'essere sveglissimo, gli ho detto che parto e lui mi saluta con "ci si vede in università". Comunque. Si chiama anche lui così. È un'invasione. O una persecuzione.

domenica 26 giugno 2011

Voti in trentesimi e altre amenità universitarie

Una volta, quando non ero ancora l'universitaria di successo che vi scrive con costanza e affetto, e le cui sagge parole leggete con ammirazione (coff coff x 3), mi avevano avvertito. Non ero ancora maturata ufficialmente (che strano pensarlo, soprattutto in questi giorni dove c'è un'intera annata a disperarsi su tesine, libri e manuali, freaking out per temi, interrogazioni e terze prove, e mi sembrano così distanti e ingenui e ggiovani. Credono di liberarsi di tutto quanto con l'esamone, ma invece... mio padre si sogna ancora l'orale di maturità. Per dire). Non mi ero ancora maturata ufficialmente, dicevo, e già mi si davano le basi della vera conoscenza post liceo (che mi avrebbero garantito la sopravvivenza nei primi mesi di autunno universitario).

Punto numero uno: iscriviti agli esami il prima possibile. Aspetta la mezzanotte per quelli a numero chiuso. In generale, prima ti iscrivi, prima fai l'esame, meno aspetti, meno ti stressi (vero, ma con eccezioni, come al solito).

Punto numero due: i ciellini tengono un gruppo di studio per aiutarti a preparare Letteratura latina I. Non cascarci, non farlo (l'ho fatto, senza cascarci).

Punto numero tre: studia (coff coff). Approfondisci, appassionati (non sempre, ma spesso dove mi era stato detto che era impossibile appassionarsi, e viceversa).

La logistica:
- il semaforo di via Larga: non contarci, ogni volta che ci arrivi diventa rosso (vero quasi sempre, ma dopo un po' capisci quando puoi passare col rosso senza essere investito - e, se sei in ritardo e hai un Professore che non ti fa entrare dopo che ha cominciato la lezione, serve).
- la CUEM: sempre piena, a qualunque ora e in qualunque giorno (no, non a metà Luglio. Ma metà Luglio non vale per comprare i libri, effettivamente).
- il Dipartimento: attraversa il cortile, vai in fondo, in fondo, ancora in fondo. Passa il chiostro dei fattoni di Filosofia, arriva a quello più bello e riparato, dove ci sono i muretti all'ombra quasi sempre liberi per sedersi a leggere. (L'anno successivo l'hanno chiuso per lavori, e ha riaperto un anno fa. Tutti erano contenti, ma nessuno capiva interamente la mia soddisfazione).

Ma, soprattutto: capisci che è tempo di sessione d'esami quando arrivi in via Bergamini, e dall'Università vengono persone che parlano al cellulare degli esami che hanno appena fatto, gioendo o, per lo più, lamentandosi.

Vero. Succede sempre (e al telefono si parla sempre di esami che non sono andati bene, chissà perché): gente che ti cammina incontro ma non ti vede, tutta presa a spiegare che eradifficilissimo, e mihachiestoquellacosadelcapitoloventinovechenonerapropriodafare, e chestronzocheèstatoperò, e nonèandatacomemiaspettavomavabenelostessodai, etc.

Lunedì mattina li ho trovati già in Piazza Fontana, ed erano le nove di mattina.

Siamo in piena sessione estiva, non c'è nulla da dire. E, nonostante il sole che c'è fuori, mi piace. Mi piace il corridoio silenzioso e fresco, e il chiacchiericcio agitato. Mi piace il Dipartimento, nonostante sia esteticamente orrendo e invivibile, nonostante il blocco di agitazione allo stomaco che mi prende sempre (passa la SAFM, arriva al chiostro di Filosofia, dove ci sono i fattoni... più avanti, in fondo, dove c'è meno gente e più ombra. Sali le scale, e comincia a trattenere il respiro), e che non mi passerà mai, lo so. Mi piace nonostante le delusioni (perché, diciamolo, se dico cosa ho preso a Letteratura Greca mi sparate dato che sto a lamentarmi, ma tutto considerato (è  g r e c o!) posso avere anche le mie ragioni), mi piace anche spaccarmi la testa sul Maas, perché mi piace quello che faccio, al di là del cosafaraidopo e del tantonontroveraimailavoro. Lo so! Ma fa fatica a trovare lavoro chi ha fatto Economia, e lo studente di Giurisprudenza dovrà penare per anni, e persino i Medici hanno vita dura. Lasciatemi fare quel che mi piace, che poi tanto il karma decide per tutti.

Trentesimi, serate al cinema quando c'è lo sconto, e movimenti di popoli e luoghi cruciali che si modificano a seconda che se è periodo di esami, o di lezioni. Fancazzismi prolungati, e estati a studiare. Voglia di fare, e totale apatia. Come rinunciare a tutto questo?

mercoledì 12 gennaio 2011

nobody likes you when you're 23, but i'll do

Oggi (in realtà manca ancora un'ora e un po' - ma dove sei te molto meno) è il tuo compleanno, e il primo, da che ti conosco, che passiamo a così grande distanza. Distanza esclusivamente chilometrica, si capisce.

Tutto ebbe inizio l'estate di sette anni fa (e la prossima sarà l'ottava), o forse anche prima, quando incontrai quella che sarebbe stata la nostra "friend in common". Ogni volta che ci penso, non posso fare a meno di pensare a quanto sono stata fortunata a fare la scelta giusta e decidere per il liceo che mi ha fatto diventare quella che sono. D'accordo, in quei cinque anni e tramite quei cinque anni ho conosciuto anche persone brutte e inutili, qualcuno mi ha spezzato il cuore (che il melodramma sia con me), qualche grande amico è sparito apparentemente nel nulla, senza lasciare traccia e senza un perché, e qualche rapporto si è un po' spento, ma  q u a l c u n o  rimane. Ed è per questi, fra cui ovviamente ci sei anche tu, che ne vale la pena.

Ci siamo conosciute d'estate (andavamo a "imparare l'inglese" e Alitalia aveva perso la tua valigia), e dopo quella settimana abbiamo preso l'abitudine di scriverci lettere, che ho ancora tutte, chiuse nella mia scatola da scarpe che ormai esplode (e che sono certa un giorno spero lontano pubblicheranno come la più grande - e divertente - raccolta epistolare di sempre). Sarà per questo che i sei mesi dell'erasmus non mi spaventano più di tanto, siamo andate avanti  a n n i  a scriverci (e lo facciamo ancora), anche quando ci affidavamo alle mani non sempre puntuali di selepostacelere (marchio registrato), ti ricordi?

Siamo cresciute insieme (io soprattutto, perché tu sei sempre stata alta, maledetta!), fra tagli di capelli (come dimenticarlo), tanti libri e film (ora stai cercando di convertirmi ai manga, chissà se avrai successo?) e il nostro primo vero concerto (Muse, DatchForum di Assago, 4 Dicembre 2006), senza dimenticare le feste, soprattutto quelle del nostro liceo dove ti imbucavi perfettamente mimetizzata, la nostra velleità di bariste durata mezz'ora per preservare le scorte per gli altri partecipanti, e (qui un pensiero tira l'altro) il tuo cuore di ghiaccio che miete vittime ma non prova pietà (e al contrario il mio, che maledizione si intenerisce sempre troppo). Star Wars, Il Signore degli Anelli, HP, attraverso quante fissazioni nerd siamo passate? E per fortuna che negli anni bui della nostra adolescenza non esisteva facebook...

C'è così tanto, tra frasi, soprannomi e "manie", che abbiamo condiviso, e che ormai si è cristallizzato in aneddoto che non saprei davvero da dove cominciare. E in realtà non c'è bisogno di raccontarcelo, la memoria in questi casi va rinfrescata faccia a faccia, meglio se con una birra (scura) in mano.

Mi rendo conto che tutto questo assomiglia a una lettera d'amore, ma se qualche noioso ha da ridirne solo per questo, bè... peggio per lui.

Buon compleanno, Annie, Amidala, Panni, Pandi, A., Cuora, Madrediginny (ahah) e tutti gli altri nomignoli che sono stati prodotti dalle nostre menti malate in questi anni (e che per fortuna non mi ricordo), a te e a tutti i tuoi ovuli (ahah x2).

A costo di apparire sdolcinata: fa' in modo di poter sempre dire, oggi, durante questo erasmus e sempre: I'm where I meant to go.

Per il resto, ti auguro tutto il meglio possibile, come sempre (e non c'è mica bisogno dei compleanni per dirsi queste cose, ma, se non altro, danno autorità al tutto), dal trovare il tuo "iugin" (chissà quanti altri menomati mentali capiteranno su questo blog dopo averlo scritto un'altra volta così apposta - ti terrò informata), all'essere più banalmente e concretamente felice. Perché non te lo dico mai, o comunque tu non mi credi, ma sei davvero una persona fantastica, in ogni senso, e a volte darei di tutto per essere te. Però poi mi rendo conto che perderei la mia migliore amica, e così preferisco essere la difettosa me, perché tanto ci sei sempre tu a volermi bene :)

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PS: spero non ti offenda per le foto. Il fumetto non c'entra molto in realtà, ma me lo sono trovato lì e mi sembrava troppo bello per non ricordartelo. Pullula anche tu, mi raccomando.

PPS: la citazione dei Blink pensavo di doverla troppo fare a qualcuno quest'anno, prima ho visto il tuo stato e non ho potuto fare a meno di sfruttare la tua idea come titolo per il post. D'altra perte sei tu che sei la designer qui, quindi sei tu che c'hai le idee :)

PPPS: frEIndship, nelle tag, è volutamente scritto così. D'altra parte anche Jane (eh sì, intendo la Austen) pare avesse intitolato il suo libro Love and Freindship, non si sa se per incertezze grammaticali, confusione di pronuncia o altro. Essì.