lunedì 13 agosto 2012

Attacco (sventato) di lirismo e melancolia

Questo non sarà un intervento strappacuore, né una glorificazione di Losanna (non Los Angeles. Ti pare che uno vada a fare un Erasmus a Los Angeles? E per laurearsi in che cosa, esattamente?), né un mélo sul mio anno di Erasmus.

Epperò.

Epperò sono appena tornata da un tre giorni a Losanna, per salutare E. in partenza per gli US, ripraticare il francese, mangiare framboises à la double crème (et meringues) a Gruyère, andare a cavallo, risalutare la gente dell'Unil, prendere il fresco nelle grotte di Vallorbe.

Quindi, sì, fondamentalmente questo potrebbe essere proprio uno di quei post strazianti, sul tempo che passa e quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia, sui ricordi a tradimento, che sono già diventati ancora più belli e luminosi.

Il fatto è che a vivere per un anno in un posto, è normale che questo si intrida di ricordi. Solo che non ci pensi veramente, non lo realizzi appieno, fino a quando non ci torni.

Comincia in sordina.

Salgo sul treno e mi immergo nel mio libro. Quando mi decido a guardare fuori dal finestrino, impaziente, la prima cosa non è (non ancora), il lago, e neppure le montagne o i vigneti. No, la prima cosa è l'orologio delle stazioni svizzere (questo, per intenderci), niente di meno romantico e di più banale, eppure è subito madeleine.



*

Sono le piccole cose così scontate e quotidiane a cui non hai mai fatto caso, come un orologio, appunto. O quel piccolo negozio di tè. O la m2 con una musichetta diversa per ogni fermata.

Sono le strade che hai percorso mille volte, e che vedi come se fosse la prima dal finestrino di una macchina.
Il tempio buddista nel Parc Olympique. La creperia a Ouchy. Il pub dove c'era stata la festa Erasmus ad Halloween e dove, mesi dopo, avevo bevuto una birra con A. e R. prima di accompagnarle in stazione.

E quasi ti manca, una passeggiata fatta in novembre in riva al lago, la prima fino a Pully; il francese vaudois, quasi una cantilena; persino le insegne gialle della Posta o l'enorme M arancione della Migros budget.

Basta una canzone per ricordare quella serata assurda al Darling, o a quell'altra al Buzz, mentre la macchina gira a destra e ti trovi improvvisamente di fronte al Blue Lézard. La fermata di Bessières, il profilo scuro della cattedrale, di sera.

Il concerto degli Austra in quello che sembrava un cantiere e la conta degli hipster; i palazzi vecchi e un po' lasciati andare, ma ancora bellissimi, i giardini curati e senza cancello; le vetrine lucide delle panetterie, i carac verdi e le piccole tartes au citron.

Le mani già impacciate nel maneggiare soldi diversi, residui di abitudini dure a morire (la plaque è accesa? Sicura? Non è passato un quarto d'ora?), six is for chicks, la fauna dell'EPFL (e quella dell'Unil), la geografia di una città che "la conosci meglio di me!", i tossici della Riponne, e per fortuna non siamo passati per Rue de Bourg o per la periferia Ovest, che già così, alloggiando a Nord (fra villette, boschi disciplinati e gatti), rischiavo il tilt emotivo.

*

E ora basta, sono due giorni che questo intervento si trascina, mi sembrava di avere talmente tante cose da dire, ma tutto il fiume di ricordi è sparito, chissà dove. Alla prossima madeleine.

sabato 21 luglio 2012

Madamina, il catalogo è questo

A tre settimane dal rientro (sì, sono in post Erasmus, e non mi vergogno ad ammetterlo) sono successe varie cose. Due esami fatti. Il tutor unimi che decide di non validarmi due seminari (e lo ribadisce urlando, perché sa di essere in torto: non l'ha mai detto, non ha mai risposto alle mie mail in proposito). Indi, altri due esami (e che esami!) to go in settembre/ottobre. Dai che ormai siamo carri armati.

A tre settimane dal rientro, i miei mi hanno riaccolta nel nido ("Perché non prendi in considerazione l'idea di un PhD? All'estero. Lontano. US?"), e i miei amici nel solito gruppo scalcagnato dove mi sento a casa. Le rimpatriate, le mail di sostegno, le telefonate cui non sono più abituata.

A tre settimane dal rientro, già una visita da Losanna, già un po' di nostalgia, già i biglietti pronti per tornarci, tre giorni in agosto. Vari contatti che per ora tengono, speriamo. Un sacco di ricordi, una cascata di aneddoti, certi così belli che se li racconti non sembrano veri. Anche svariate mail che a sedici anni mi avrebbero fatto sciogliere, da un francese biondo che a sedici anni sarebbe stato l'amore della mia vita. A sedici anni, appunto. And here's to you, Mrs Robinson (lo faccio per l'eterna sedicenne che è in me, mica per l'accento francese che sarà anche gay, però rende tutto più facile. E quando sarò ancor più vecchia e avvizzita, rinfaccerò a tutte le mie amiche vecchie  e avvizzite che si accompagneranno ad affascinanti e giovanissimi toy boys, che io ero già una coguar prima di loro. Una coguar platonica, ovviamente, che ancora non usava la crema antirughe e già riscuoteva successo tra gli appena ventenni).

E a tre settimane dal rientro, mi sembra anche il momento di ultimare e pubblicare la famosa  lista di tutte quelle cose che potrebbero essere considerate "armi di seduzione improprie", dopo più di un mese che resta lì a languire in mezzo all'elenco di tutti gli altri post. Gustatevela.

*

Bisognerebbe fare una lista di tutte quelle cose che potrebbero essere considerate "armi di seduzione improprie". E poi evitare accuratamente tutti quelli che ne possiedono più di due. Perché frequentare gente così porta inevitabilmente a cotte lampo, tormenti di capelli e tachicardia.

E non parlo (solo) di caratteristica fisiche (niente menate sui begli occhi, non sono mica Mr Darcy).

Comunque, sono lieta di comunicarvi che, dopo anni di dubbio, so finalmente che cosa risponderei alla domanda dell'intervista standard di D - La Repubblica delle donne, "Lo chiede a" (giusto nel caso diventassi qualcuna a cui chiedere).

Entra in una stanza dove ci sono tre uomini: chi e perché attrae la sua attenzione?

(Sì, è una domanda stupida, ma trovo che sia sempre bene prepararsi delle risposte standard in questi casi, non si sa mai).

Quello alto, con la barba e/o i capelli lunghi. (Non so se dietro tutto questo ci sia una sorta di complesso di Elettra, ma sinceramente non voglio saperlo). Il che va ad aggiungersi alla triade denti (sì, denti. Non sorriso. D e n t i) - mani (evviva la banalità) - braccia.

1) Barba
E ho detto tutto.

2) Provenienza
Sarà una specie di razzismo, ma (l'ho scoperto in Erasmus) ci sono nazionalità per cui la predisposizione alla cotta cresce di almeno il 50%.
Esempio: "Io sono italiana. E tu, da dove vieni?" "Stati Uniti" "Ah." "Belgio" "Davveeeero?!"

3) Occupazione
Un banchiere non mi emozionerebbe particolarmente (desolée Maman, aucune chance che trovi un marito ricco). Par contre, un letterato squattrinato, un giornalista dall'aria folle, un musicista, un classicista (specie rara, forse sarebbe anche meglio non riprodursi)... eh, è tutta un'altra cosa.
Esempio: "Studio informatica" "Ah." "Torno ora da uno stage di giornalismo a Berlino" "Davveeeero?!"

4) Musica
Ebbene sì. Non mi interessa se è un cliché o se è banale, e neppure se se ne approfittano.
Esempio banale: serata crepes e vino. Uno dei presenti viene convinto a prendere la chitarra e cantare qualcosa. Nel giro di dieci minuti tutte le ragazze presenti (inclusa la sottoscritta) lo stavano fissando attorcigliandosi i capelli e sbattendo le palpebre. Imbarazzante, ma vero.

5) Voce
Il tono, l'accento, la risata. Non dico altro, non è necessario.

Oltre alla meravigliosa cinquina di cui sopra, aggiungerei altre fissazioni (e alcune idiosincrasie).

6) Ortografia e punteggiatura (senza dimenticare la sintassi)
Facciamo la snob fino in fondo. Che poi non mi pare di pretendere chissà cosa, la licenza di quinta elementare dovrebbe bastare. Niente errori ortografici e grammaticali (imbarazzano te che li fai e gli altri), conoscenza della sintassi tale da permetterti di reggere a un paio di subordinate. Niente abuso di puntini di sospensione o punti esclamativi, please.

7) Cultura
Ho sentito con queste orecchie gente iscritta alla specialistica ammettere "non so chi sia Aldo Moro" o "a quale schieramento politico appartiene Hollande? No, non ne ho proprio idea". Per dire.

8) Lettura
Amo leggere. Imparare a leggere da sola è stata una rivoluzione per me (non dovevo più dipendere da nessuno! L'intera libreria del mondo pronta ad aspettarmi!). Non concepisco che qualcuno non lo capisca, non lo condivida, o, il che è quasi peggio, dica "No, non mi piacciono i romanzi". 

9) Fissazioni varie in comune
Ne valga una su tutte, esemplificata da questo reale (come tutti i precedenti) scambio di battute: "...una volta mi sono mascherata da Discordia. Sai, seguendo la descrizione che c'è nel VI dell'Eneide. Sei classicista, so che puoi capirmi..." "Non mi piacciono le feste in maschera" "Ah."

Sono gradite anche: sani dosi di idealismo, propensione alla chiacchiera, comunanza di gusti e interessi. fermo la lista a 9 perché mi dà l'idea dell'incompletezza, e l'imperfezione, si sa, a me piace.

sabato 7 luglio 2012

Bentornata - 288 Days of Erasmus

Sono tornata. Una settimana fa mi sono svegliata nel mio letto di casa, nella mia stanza (che ora mi sembra particolarmente piccola e stipata di cose - libri, vestiti, cianfrusaglie), in Italia. Di nuovo in viaBacchelli2, di nuovo con i miei. A riprendere vecchie abitudini, a importarne altre, e pronta ed averne di nuove, perché no? Felice di rivedere i miei amici, plongée nei libri e nella mia stanza-tutta-per-me, almeno fino alla fine della sessione estiva (con qualche vocabolo in francese che appunto ogni tanto mi scappa, non quando parlo ma quando penso, e un po' di più quando ricordo).

Era il 14 settembre dell'anno scorso, era un mercoledì (ho ritrovato il biglietto del treno facendo le Grandi Pulizie Finali), e, inutile dirlo, a me sembra un'altra epoca. Dal 14 settembre al 29 giugno, sono 288 giorni di Erasmus, e a vederli da qui a me sembrano già tutti Perfect Days.

Nel mio posto vicino al finestrino, sfogliavo una rivista e mangiucchiavo un po' di pane alle olive comprato dal fornaio vicino a casa (e l'uva che mi aveva portato C.). Di fronte a me, un'italiana parlava francese al telefono, apparentemente senza sforzo (con tutti i putain al posto giusto), e io mi chiedevo come facesse.

Ho avuto pioggia, vento e sole, e persino un po' di neve. Freddo e ghiaccio e caldo (mi sono abbronzata in un pomeriggio al lago) e afa (l'ultimo, interminabile giorno). Ho nuotato nel lago. Città. Montagna. Vigneti.

Ho frequentato per un anno un'altra Università (altri corsi, altri prof, altri compagni, altre pause caffè, altri libri, altre biblioteche, altre facce, altri percorsi, altre aule), sto aspettando i risultati degli esami.

Sono andata all'Ufficio Immigrazione del Comune per avere un permesso di soggiorno. Mi sono abituata ad usare altri soldi, grandi, colorati, assurdi.

Orribile foto sfocata. Biglietti del treno, concerti (il Balélec, Austra), L'invidia-è-una-brutta-cosa, altro
Ho abitato da sola, benedicendolo e maledicendolo.

Soprattutto, ho incontrato tante persone nuove. Amici, vicini, compagni. Una potente cotta autunnale (come sono tutte le mie cotte potenti), un accompagnatore tanto per (e non ne vado fiera), e qualche flirt.
Cartoline da A.C.
La bellezza di suonare alla porta dall'altra parte del pianerottolo, o dei progetti di vita sana fatti divorando un pain au chocolat. O di chiacchierare per tre ore a un tavolino senza rendersi conto dell'ora. O di uscire agghindate, la ceca, la spagnola e l'italiana, ed essere consapevoli di essere ognuna bellissima, ognuna a modo nostro (no, non è vero, è tutta retorica, la bionda vince, come sempre). Parlare di roba-da-antichisti e intendersi subito. Ritrovarsi sempre nei soliti pub. Glander a bordo lago. Arrivare in uni in cinque minuti. Cucinare, e fare torte in due. Ballare con le amiche, e anche con gli sconosciuti. Osare. I piccoli riti quotidiani (il caffè delle 8h15 prima di greco, il mercoledì, la discofit con C. - e le chiacchiere interminabili, almeno fino a quando avevamo fiato - e poi incontrarsi in biblioteca, gli appuntamenti per il pranzo, i corsi di francese), i sosia. Le feste improvvisate al piano di sotto e quelle sul tetto, le risate inarrestabili, il gossip. Le gaffes con la pronuncia francese, i francofoni che ridono e nessun altro che se ne accorge. Gli stereotipi che ci si affibbia, troppo facili e troppo scontati, troppo belli da rovesciare.

E poi, beh, fare la spesa quando vuoi e di quel che vuoi (che si traduce in un frigo o pieno o desolatamente vuoto), fare il bucato quando vuoi, lavare quando vuoi. Rientrare senza troppi pensieri, perché non ci sarà una madre preoccupata se all'ultimo cambi idea e decidi di restare fuori più a lungo, o un padre che dorme sul divano. Rientrare sui mezzi o a piedi nelle strade deserte senza timori, per di più.

Il mio muro/bacheca
L'ultima serata in riva al lago, l'ultima mezza giornata tra saluti e pranzi.
E poi prepararsi, pulire, riordinare, l'ultima sera stranita a far vedere la città ai miei, mentre tutti o quasi indossano una maglia azzurra e tifano Italia (almeno non ero lì alla finale, i miei amici spagnoli mi avrebbero massacrato). E partire.

*

Non lo dimenticherò mai. Una lingua più o meno imparata, un posto che ho imparato ad amare, gente da tutto il mondo e qualche amicizia che spero resterà. La sicurezza che mi sembra di aver acquistato, certe cose che prima mi sembravano tanto importanti e ora non ci penso neanche più. Scoprire cose nuove, guadagnarsi il coraggio. Canzoni, momenti, sorrisi, ricordi, nomi, accenti stranieri.

E brindisi: santé à vous, io batto come sempre il bicchiere sul tavolo, e grazie per tutto.

venerdì 22 giugno 2012

Non si smette mai d'imparare. Ultima settimana.

E poi si rischia di sentirsi sicuri, e ci si dimentica che, certi biglietti, bisognerebbe consegnarli, sfidando la sorte e il ridicolo.

*

O forse è solo un insieme di cose (la già citata lista delle "cose che... no beh, chiamiamole armi di seduzione improprie" è in via di redazione e prossima pubblicazione), fra cui è bene non dimenticare il fattore meteoropatia: ho pensato fossi innamorata perché non ti sentivo, e poi l'innamoramento sta bene con questo tempo (cit. Madre. Per la serie, una passa venti-e-n-anni a sforzarsi di essere una persona seria, ma non serve a niente, perché tanto, a quanto pare, tutti credono che la meteoropatia sia più forte di te).

*

E, a proposito di PMS e scombussolamenti ormonali: una settimana.

Sì, no, cioè, una settimana fa avrei dovuto consegnare il biglietto di cui sopra, o almeno chiedere un numero di telefono. O anche un nome, eh. No, quello che intendo è proprio: una settimana. Alla fine.

Ancora sette giorni losannesi, per cui si prevede sole (ma anche nuvole e pioggia, ci scommetto), cene, birra e vino, barbecue in riva al lago, forse una gita fuoriporta, di sicuro tanta biblioteca e un esame. Serve solo un po' di motivazione (spero). Possiamo farcela?

Io ho intenzione di non farmi scappare nemmeno un minuto di quest'ultima settimana, della "mia" Lausanne, del mio studiò, del mio Erasmus. Fra partite degli Europei, vicini che mangiano cetrioli sottaceto da barattoli enormi e ti danno della rovinafamiglie, esperimenti di cucina, pessimi accenti e discussioni profonde, e i moutons nel campus. Sì, possiamo farcela.

mercoledì 13 giugno 2012

Tonight we're young, so let's set the world on fire, we can burn brighter than the sun

La settimana è cominciata comme d'hab domenica. Cominciare la settimana durante la sessione d'esami all'UNIL vuol dire fondamentalmente svegliarsi quasi più presto che per andare a lezione, così da accaparrarsi un ambito posto in biblioteca. Che non è mica piccola, eh. Tuttavia, la concorrenza è spietata (e quando dico spietata dico che non vale la pena di arrivare dopo le 9 di mattina).

La settimana è cominciata quindi con me in metro, nel mio look da "studentessa sotto esame, che va in biblioteca per una fondamentale ragione: costringersi a togliere il pigiama". In mezzo alla folla di ingegneri, sale un ragazzino. Indossa una t-shirt chiara, che mi urla: THE END IS NEAR. Tralasciando la facile ironia (adolescenti hipster che si atteggiano a poeti maledetti), sembra quasi che parli a me. Ho scelto la data di partenza, il 29 giugno, perfetta se consideriamo il fatto che è il giorno in cui nacque il padre del pessimismo cosmico. Già mi vedo, caricata in macchina con tutti i miei averi dai rapaci genitori, mentre mi volto a gettare un ultimo sguardo al lago con gli occhi colmi di lagrime declamando: "Ah, natura, natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?!" Aggiungiamo il fatto che torno così presto (in origine, pensavo di rimanere qui fino a metà luglio) per fare ben DUE esami (da preparare rispettivamente in 3 e 5 giorni). Insomma, back to real life. 

Ma lasciamo da parte tristezza e amarezza: oggi ho provato a fare les truffes au chocolat, seguendo la ricetta olandese di A.C., e assistita da M. (e non dimentichiamo il contributo alcolico dell'altra M. - e ora io mi chiedo: ma è possibile che in un appartamento di quattro persone, tre abbiano la stessa iniziale?!): al primo assaggio (vedremo dopo una nottata in frigo) sembra di mangiare il cuore dei Lindor. Indi, c'è abbastanza dolcezza e amore per compensare qualsiasi altra cosa.

E in realtà, cucinare è una delle cose che ho "imparato" (beh, non esageriamo) a fare qui: pseudoquiches de l'amitié, torte anche e soprattutto più o meno inventate (tipo quella di domenica: mi invitano a titolo di unica supporter italiana a Italia-Spagna, vuoi che mi presenti a mani vuote?! Anche se poi mi rendo conto, per la prima volta, che passo per quella che sa cucinare. Moi?!) E ho scoperto che mi piace, è rilassante, soddisfa la mia voglia di golosità e attira immediatamente le simpatie dei commensali. Oltre a portarti alla perdizione su blog tipo questo: nerd che si dilettano di cucina, citano xkcd e sfornano torte alla Guinness, si può chiedere di più?

Ma soprattutto, qui ho imparato a parlare francese. Scontato, direte voi (e malignamente aggiungerete: lo sapessi poi così bene!). E avete anche ragione, ma ormai capisco quel che viene detto intorno a me, e riesco a farmi capire senza scervellarmi troppo. Non ho preso l'abitudine all'intercalare putain! (o al tamarro mec) e nemmeno a bref, nonostante adori la serie. In compenso, posso belare a lungo: Baaaaaaa... tu fais quoi? J'sais pas! (che poi ho scoperto da poco che non è un verso privo di senso come credevo; a dire il vero non è neppure "baaaa", ma "bien"). Adorabili francophones et pas mi dicono che parlo bene (fra l'altro una tecnica di rimorchio che con me rischia di funzionare) e senza troppo accento, e io amo credergli.

Ho cercato per mezz'ora quella dove Marcie dice qualcosa in francese, e Snoopy rivela la grande verità "mi innamoro di chiunque mi parli", ma non ho avuto successo, quindi non sottilizziamo (ma ricordiamo comunque: "un'orzata, s'il vous plait!")

Se a tutto questo aggiungiamo che ho un appuntamento a Bologna il 16 novembre, direi che tutto sommato, non va così male. L'ultima volta che li ho visti dal vivo (che era anche la prima) ero all'ultimo anno di Liceo, la maturità sembrava ancora lontana e la scelta dell'Università la cosa più difficile. Questa volta, se sarò fortunata (e se m'impegnerò, perché la fortuna da sola non esiste), avrò finito gli esami, e starò scrivendo, spero divertendomi, la tesi, preoccupandomi come una disperata di cosa fare dopo, cercando un dottorato, organizzando una fuga... In ogni caso, sarò più grande (vecchia), più matura, più sicura di me. Anche più felice, ho l'impressione (se non altro, ora capisco quanto suoni ridicolo l'accento francese di Mettiu, e posso riderne).

La mia espressione nel leggere che andrò a Bologna

Stereomood mi passa alcune canzoni perfette, fra cui quelle di uno pseudoeinaudi dall'aria tamarra, che però mi sorprende come il sole delle sei del pomeriggio dopo cinque giorni di pioggia ininterrotta. Mi arrivano mail inviate all'alba da gente sbronza (che poi si eclissa, schiacciata dalla vergogna). Ballo con sconosciuti ma continuo a divertirmi di più da sola. Aspetto con impazienza il terzo libro di George R. R. Martin (e lo aspetto per posta, e io adoro ricevere posta). Mi sento bene, nonostante il secolo di storia contemporanea che dovrei conoscere a menadito e invece ignoro, nonostante la pioggia, nonostante il tempo che scivola via, nonostante continui a tormentarmi i capelli.

Continuo a pensare che le cose più importanti ti capitino e basta. E l'Erasmus è davvero una delle cose più importanti e belle e strane e divertenti e difficili e enrichissant e ingrassanti che mi siano mai capitate.

giovedì 31 maggio 2012

Perfect Day

E poi ci sono giorni perfetti e momenti perfetti.

E "honestly, my dear, I don't give a damn" del fatto che se una cosa è perfetta vuol dire che è finita (sì, grazie prof per avermi spiegato a sedici anni cosa vuol dire in realtà "amore perfetto", la mia vita sentimentale ne ha guadagnato). Perché certe sensazioni nessuno te le potrà mai togliere, sono destinate ad imprimersi dentro la tua iride, un bagliore di buonumore, un senso di "la cosa giusta al momento giusto" (qui per una colonna sonora e qui per le varie menate greciste sul "momento opportuno").

Ieri era l'ultima giornata di corsi. Del semestre, di Lausanne, della mia vita universitaria. E ho chiuso in bellezza.

Un espresso (sì, credeteci) alla cafèt, chiacchierando di Game of Thrones, degli esami, della vecchiaia ("c'est mon dernier jour de cours... POUR. TOUJOURS" "QUOI??!"). Connaissance pratique de la langue grecque con Madame "thème" R., e tutta la grammatica greca che so non saprò mai. E la versione passata, e bene (e meniamocela), e poi biblioteca con C., ed è quasi vacanza senza il seminario di storia del pomeriggio. E poi gli ultimi due corsi per davvero, quelli d'appuis con A. E leggiamo un papiro dell'archivio di Zenone e io lo conosco e mi viene da ridere a pensare a come per quel maledetto esame di Papirologia mi ero obbligata a non fare nient'altro e poi ero caduta miseramente sulla prima domanda. E poi A. decide che non vale la pena di fare anche grammatica, e ce ne stiamo seduti al sole, due assistenti e due studenti, a mangiare cioccolatini, ridere e chiacchierare e scherzare. E sono progetti e tesi e quanto-sono-pazzi-questi-greci e un papiro misterioso e tragico e romantico e ma-allora-Tacito-mentiva, e a-me-Nerone-è-sempre-stato-simpatico, e articoli e libri ed esami e paure e scogli da superare, e giochi da tavolo sull'Odissea, e Scrabble in greco ("ma valgono le forme non classiche?"), e i Giochi Olimpici che qui fanno (domenica) prendendosi quasi sul serio (sacrificio, tuniche fatte a mano, processioni, lotta, corsa). Forse in Italia non sarebbe mai successo (ma, in fondo, chi lo sa). Ma sono momenti come questi che mi fanno ricordare tutta la passione (sempre per il gioco delle etimologie, "ragazzi, passione non è sinonimo per amore, vuol dire sofferenza": quarta ginnasio) di chi si spacca gli occhi e la schiena e la testa su "cose inutili", e il divertimento, e la curiosità e l'interesse gratuiti. L'università dovrebbe sempre essere così.

Tornare a casa (in cinque minuti, anche questo mi mancherà), fare un tiramisù con M., cenare e uscire. È un po' bizzarro che mi stia trovando a legare con due Erasmus ora, ma in fondo, perché no? Ballare su pessima musica, con la lattina di birra ceca per il refill nascosta nella borsa-da-donna-di-classe, sentirsi bella e intelligente e quasi alla fine di un'epoca o di due. Rientrare a piedi alle cinque di mattina, perché "non ho voglia di aspettare per mezz'ora la metro", trovarsi un'ora dopo ai piedi delle scale di casa, col mondo intorno che si sveglia e il cielo chiaro (e gli sguardi a metà fra riprovazione e invidia di chi va già al lavoro). Fare i quattro piani gustando ogni gradino di indipendenza, e andare a dormire dopo la doccia e la colazione (ma solo per quattro ore: non vuoi mica sprecare il tuo tempo dormendo?!).

Maggio non mi ha tradito, ed è stato, credo, il più bello di sempre.

PS: il titolo del post mi è venuto in mente all'improvviso. E mi ha fatto venire in mente un'altra canzone che non riesco a trovare su youtube, ma che è la colonna sonora di questo film. Il che è strano, perché sono entrambe molto malinconiche, ma il post non lo è. PMS sempre con noi?


DIamo via all'ultimo mese. In grande stile.

venerdì 25 maggio 2012

Fragole, Strawberries, Fraises, Erdbeeren (and so on)

Quando ero piccola avevo un libro, regalatomi da non mi ricordo più chi, intitolato Sei piccole amiche. Il formato era grande, la copertina piuttosto stucchevole, come anche il concetto di fondo: sei amiche, bambine (ma di che età, di preciso? Otto anni? Dieci?), che vivevano da sole (!) in una grande casa lontano da tutto (vabbè, è letteratura, mica un libretto di istruzioni, non è che debba essere realistica per forza). C'era la studiosa/bacchettona, la vanitosa/vamposa, quella tanto buona e tanto cara (tipo Beth di Piccole Donne. Sì, quella che muore in Piccole Donne Crescono) e quindi tanto inutile (vedi parentesi precedente), la bambina pasticciona etc. Non era un romanzo vero e proprio, piuttosto una serie di racconti brevi vagamente edificanti (che poi a un certo punto arrivava prepotente anche l'elemento romance, con un tizio dotato di un cavallo e di qualche titolo nobiliare che si innamorava di una, e poi c'era un ballo, e l'ammore esplodeva, in modo piuttosto incongruo perché non si capiva bene quando le ottenni del libro fossero cresciute di almeno dieci anni per stornare il sospetto di pedofilia dall'autore). Insomma, non il mio libro preferito (a questo punto, meglio il buonista Piccole Donne originale, ovvio): quello che mi piaceva davvero erano certi disegni (soprattutto quelli della seconda parte: in una storia trovavano in soffitta dei vestiti vecchi e si mascheravano, e poi ovviamente c'erano i preparativi per il ballo, dove tutte diventavano extra glam. Disney al tempo mi aveva già rovinata, ebbenesì). Dunque, una certa facilità di trama e di struttura, bello da guardare, niente di più (oltre al fatto che dovrei ostracizzarlo per il solo fatto di essermi letta Dalla parte delle bambine in quinta elementare): e perché ne sto a parlare, e così a lungo?

Perché in una storia, e nemmeno una delle più belle, avevo letto che "Aspetta! Non mangiarle subito! Non lo sai che si esprime un desiderio prima di mangiare le prime fragole della stagione?", o qualcosa del genere.

Ieri sera c'era ancora festa sul campus. Caldo, sole, l'EPFL invasa da stand di nerd e geek e altro (scalare una parete da arrampicata con i mocassini e lanciarsi nel vuoto aggrappata a un filo, urlando in direzione di I. e salutando regale un fotografo per caso: fatto), una Carolus per salutare il déménagement di Zelig (mi mancherà, ma cosa lo dico a fare, che l'anno prossimo non sarò nemmeno più all'Anthropole?!), cibo da bancarella, zucchero filato, pop corn e kebab, avere l'impressione di conoscere un sacco di gente, musica a caso (Smoke "l'hanno registrata a Montreux"On The Water e Ke$a? Pink Floyd e Lady Gaga? Seriously?!) e proprio per questo divertirsi e ballare sul prato, prendere la mano del tipo che cerca inutilmente di farti fare una giravolta dietro l'altra (sei caruccio, ma io non sono capace di ballare! Mollami!), liberarsene (modalità Io ballo da sola, o meglio, con le mie amiche: on), tornare a piedi chiacchierando e strascicando i piedi, senza fretta, destabilizzando giovani ignegneri ubriachi ("Vedi? Ho il bastone, sono Gandalf!" "Pf, al massimo sei Gandalf il Grigio, certo non Gandalf il Bianco..." "...!!"), sfottendosi col solito Architetto ("Stasera non bevi, païenne?" "Ho già bevuto. E tu, che hai in mano? Una confezione di birra da sei? Non cambi mai, eh?!" - la sera prima, come sempre quando bevo, mi ero messa a parlargli delle deformazioni che comporta la cultura classica. Mica colpa mia se si era seduto vicino a me), con giusto il maglione leggero di cotone sulle spalle e quel bel vento che sembra spazzare vie le preoccupazioni.

Serata da estate insomma.

Stamattina (beh, mezzogiorno, non sottilizziamo) ho comprato un cestino minuscolo di fragole. Stasera ho mangiato la prima pensando a tutte le cose belle che potrebbero capitarmi ancora, a quelle che spero mi accadano, all'energia e all'impegno che voglio metterci per farle accadere.

Fragole in procinto di essere divorate. NB: dizionario di greco, un angolino di "Il trono di spade. Il Regno dei Lupi - La Regina dei Draghi" e de "Le Robert pratique" (no, non il Baratheon, il dizionario di francese che incombe sullo sfondo). Senza dimenticare la fida lampada ikea.


Buone fragole, e buoni desideri a voi.

*

Oggi, a qualcosa come seicentoventi km da qui, un'amica che non vedo spesso e che è sempre in giro per il mondo, ma che ogni tanto passa di qui, si è laureata. Ti auguro tutte le fragole del mondo, E. (vabbè, hai capito che voglio dire. E comunque è mostruoso che tu abbia già finito la specialistica, sappilo).