lunedì 6 gennaio 2014

Frozen. Esaltazioni e considerazioni

Oggi è l'Epifania, che tutte le feste si porta via. Domani ricomincia il lavoro, la scuola, lo stagismo sottoper nulla pagato, insomma, è il settembre degli adulti. Per noi invece sarà il 7 gennaio.

Se domani è il 7, vuol dire che ho passato quasi una settimana ossessionata da Frozen. L'ho visto il pomeriggio del primo giorno dell'anno (che poi il pomeriggio del primo giorno dell'anno sa sempre di domenica, quella che passi a sonnecchiare sul divano come se fossi convalescente), poi l'ho riguardato con la Madre, e ho riesaminato i punti salienti/preferiti un centinaio di volte. Ed è quasi una settimana che voglio scrivere questo post.

Devo tuttavia fare tre premesse.
1) Sono una brutta persona, un'amica me l'ha passato scaricato in inglese e l'ho visto solo in lingua originale. In più, mi dicono che alcune traduzioni non rendano per nulla: quindi non è per fare la hipster che se la mena, ma per ignoranza, che non farò riferimenti alla versione italiana.

2) Non aspettatevi commenti sarcastici: l'ho adorato! Più di Brave, e anche più di Tangled (per citare le ultime due principesse di cui si è parlato - qui e qui). Preparatevi dunque a un panegirico acritico (forse). Rifiuto invece qualsiasi forma romantica di Elsanna. Tumblr, sto parlando con te.

3) So. Many. Spoilers. Ma nessun riassuntino, si dà per scontato che conosciate l'argomento.

*

Partiamo dalle cose facili. Mi piacciono i disegni, mi piace l'ambientazione, mi piace la rielaborazione della fiaba di Hans Christian Andersen (ho letto in giro Hans Christian Anderson. Morite tutti): mi piace che Elsa sia buona, non una Snow Queen impietosa e inutilmente crudele, mi piace che non sia ben chiaro chi sia l'eroina tra lei e Anna (qui ci sarà chi dirà "ma ovviamente la protagonista è Anna!", tuttavia per EVIDENTI conflitti di interessi l'opinione di costoro non è affidabile :P). Mi piacciono le canzoni! Ho come l'impressione che negli ultimi film Disney lo spazio "musical" sia diminuito (e non dico che non sia un bene): qui invece torniamo agli antichi fasti di veri e propri film cantati, e la musica non è per niente banale o noiosa. Let it go uber alles, ovviamente. E poi: Do you want to build a snowman, For the first time in forever, Love is an open door.

Frozen è divertente. E commovente: non so se attribuire il magone di Don't let them in, don't let them see, be the good girl you always have to be, conceal, don't feel, don't let them know ad una precoce demenza senile o ad una maggiore consapevolezza (della vita, dei doveri, dei tabù). Se entrambe le sorelle passano attraverso l'inevitabile processo di crescita, Elsa è quella che conosce la trasformazione maggiore, imparando a vivere i suoi poteri come un dono e una maledizione.

Sapete già dove sto andando a parare: mi piace che al centro ci sia il rapporto tra le due sorelle. Che l'Amore ci sia, ma risulti alla fin fine marginale. Che l'incontro/colpo di fulmine col primo uomo che Anna incontra sia in realtà un gigantesco abbaglio: Hans, aka Basettone, appare totalmente charmant all'inizio del film, e si rivela poi cattivissimo.

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E ora, le considerazioni random.

Quanti anni hanno le protagoniste? Si dice che Elsa diventa maggiorenne; Anna deve avere due o (più probabilmente) quattro anni in meno: decisamente troppo piccola. Spero che il coming of age possa essere fissato ai 21: così avrebbe tutto molto più senso. Comunque, la carineria dei bambini Disney è innegabile.


Non puoi sposare qualcuno che hai appena incontrato. Grazie ad Elsa, la Disney è entrata nell'era moderna! Troppe (ex) bambine che seguivano affascinanti tipi sconosciuti che promettevano caramelle? La vera modernità però si otterrà soltanto quando i Basettoni non saranno per forza cattivi. Certo, con il principe Hans Of-the-southern-isles l'inganno era abbastanza facile da scovare: dodici (DODICI) fratelli maggiori, una tipa sconosciuta ma nobile, anzi, di sangue blu, che gli dice di amarlo dopo dieci minuti, e che gli lascia le redini del comando dopo nemmeno cinque: l'occasione, come si dice, fa l'uomo ladro. Ma pensate se il povero Hans l'avesse baciata, la nostra Anna (sia mai che un'eroina sia promiscua di baci!), per poi rendersi conto che no, non era il vero amore.



E sempre per la storia del Vero Amore mi fanno imbestialire le letture lesbo incestuose della trama. Non per omofobia, ci mancherebbe (e nemmeno per l'incesto, che comunque: in un cartone per bambini? Ma dai!), ma perché vanificherebbe tutti gli sforzi che hanno portato la Disney, se non al 2014, almeno a un grado di maturità da dopoguerra. Il bello è che le sorelle si vogliono bene, e che non c'entra né il principe azzurro, né il rude biondone (che poi comunque Anna se la sbaciucchia): chissene del romanticismo, la sorellanza è più forte. E per me, che non ho sorelle ma ho amiche, questo è ancora più bello. Anche perché diciamocelo, il bacio risolutore è un po' abusato.


E infatti non è detto che poi Anna e Kristoff si sposino. Seguendo l'esempio della nostra sempre amata Mulan, non si dice se poi i due convolino a giuste nozze: magari usciranno solo a cena. O a scavare ghiaccio (anche nella scena finale sono lontani).



Perché i cavalli Disney sono sempre particolarmente buffi? E perché qui le renne assomigliano ai cavalli? (La passione di Sven per le carote ricorda molto quella di un'altra cavalcatura di successo, il destriero del principe Filippo ne La Bella Addormentata).


Evviva cavalli e renne, ma abbasso Olaf. Quel pupazzo di neve è odioso e anche un po' inquietante. E anche la sequenza dei troll, con la loro canzoncina ammiccante: inutile e anche eccessiva (da quando poi i troll sono dei teneroni soap opera addicted che alla sentenza "Only an act of true love can thaw a frozen heart" si sbaciucchiano tra loro dopo aver esclamato "A true love's kiss!" ?!).

Ma i CAPELLI? Ho un inspiegabili desiderio di avere i capelli lunghissimi (cosa che non potrà accadere a breve), e tutto per colpa di questo film. E un ultimo momento da occhi stellati: la trasformazione di Elsa. Ho trovato la mia prima canzone preferita dell'anno nuovo.




lunedì 2 dicembre 2013

Post per Historycast!

Andò più o meno così.

"Ma dove sei?! Perché non guardi il cellulare quando serve?!"
"Stavo facendo ripetizioni, la mia unica fonte di sostentamento. Perché faccio cose e vedo gente, ma quello che paga, alla fine, è sempre il latino (non ci sono classicisti nella mia zona). Poi dicono che le materie umanistiche non ti danno da mangiare".
"Sì sì, va beh. Mentre tu latineggiavi, io guardavo la conferenza di Digitalia. C'era la tipa di Historycast, quella che scrive quei post bellissimi di storia e poi ne fa anche il podcast, così anche chi non sa leggere come me la può ascoltare. SI LAMENTA CHE NESSUNO SI è MAI PROPOSTO DI AIUTARLA! Scrivile!"
"Ma io..."
"NO! ADESSO!"

Mezz'ora dopo.


Insomma, faccio parte della redazione di Historycast (anche se la pagina è ancora in costruzione). Comunque, se non ci credete, oggi hanno pubblicato un mio articolo, su cui mi sono dannata nell'ultimo mese (con un affanno inutile, perché è uscito due settimane più tardi del previsto). Mie le traduzioni, mie le paranoie, non mio il titolo, ecco a voi il mio post su Claudio:

http://www.historycast.net/?p=2930#more-2930

venerdì 22 novembre 2013

We can do this!

è che mi viene da chiedermi come faccio a scrivere sul blog, se ho altro da fare. se ho altro da scrivere (sì, preferisco tenere tutto minuscolo non perché faccia più figo, non fa più figo, fa mentecatto finto adolescenziale, ma preferisco questo allo scrivere la "è" maiuscola con l'apostrofo al posto dell'accento, è una cosa che mi fa venire l'orticaria. sì lo so che si può fare su word e copiare da lì, o che me la posso googlare. non ne ho tempo. non ne ho voglia).

è che ultimamente attraverso fasi di esaltazione e di scoramento. nel mezzo, mi faccio desiderare dicendo spesso "non ho tempo, non posso, non riesco, non esco", non perché sia davvero una tecnica di seduzione, ma perché il più delle volte non ce la faccio. ho scritto un articolo pseudo accademico che mi ha impegnato quasi come il primo capitolo della tesi, ora sono in ambasce finché non me lo leggono e approvano (e pubblicano, grazie mille). vado tutti i giorni in redazione per mezza giornata, ci sono giorni che scrivo un articolo all'ora, riduco e adatto foto, spammo sui social network e vado a conferenze, e altre di calma piatta. continuo a fare ripetizioni al povero francè, che altro che blanka (no, non quello di street fighter, quello di zerocalcare), è proprio un patatone, e meno male che c'è lui perché è l'unico che mi paga. mi propongono di fare i contenuti per un sito, anzi no la social network girl per dei clienti misteriosi, anzi no la copy dell'agenzia, io mi esalto e poi mi spavento subito. le mie giornate continuano ad essere di 24 ore (anzi di meno, contando quanto dormo), rimango indietro con le serie tv, non leggo da secoli ("il marketing 3.0" è un titolo che non mi appassiona. negli spostamenti mi porto dietro sempre il mio fedelissimo ma ingombrante pc che pesa come una carriolata di mattoni e non lascia spazio nemmeno per il kindle, e ho un disperato bisogno di un massaggio alle spalle).

a volte odio la gente. mi infastidisce, e va a finire che lancio occhiate di fuoco a quello che in piscina mi vuole passare davanti, che dò spallate, che impreco neanche tanto a bassa voce.

eppure sono felice, eppure (anche se non sembra) non me ne lamento. sto evitando, al meno per il momento, la sorte dei miei coetanei che, brillantemente laureati, aspettano che gli cada il lavoro dei sogni tra le braccia. e sto evitando anche quella di chi, parimenti brillantemente laureato, ha un lavoro che lo sta rincitrullendo (una mia compagna di corso è stata assunta dal suo liceo fighetto privato. ora su fb pubblica status come quelle prof dei licei fighetti privati che pensano di essere fighe e al passo con i tempi. e invece no. chissà se faceva parte delle condizioni di contratto, la lobotomia). sono in anno sabbatico, insomma.

e poi c'è tumblr che, per parafrasare il nipotino paul, "è pieno di cose meravigliose".

sabato 12 ottobre 2013

Latinisti ubriaconi

Bibit hera bibit herus,
bibit miles bibit clerus,
bibit ille bibit illa,
bibit servus cum ancilla,
bibit velox bibit piger,
bibit albus bibit niger,
bibit constans bibit vagus,
bibit rudis bibit magnus.
Bibit pauper et aegrotus,
bibit exul et ignotus,
bibit puer bibit canus,
bibit praesul et decanus,
bibit soror bibit frater,
bibit anus bibit mater,
bibit ista bibit ille,
bibunt centum bibunt mille.

Carmina Burana

(Bene il padrone, beve la padrona, beve il soldato, beve il prete, beve quello e beve quella, beve il servo con l'ancella, beve il veloce e il pigro, bene il bianco e il negro, beve il costante e l'errante, beve lo stupido e il sapiente. beve il povero e ammalato, beve l'esule e dimenticato, beve il ragazzo, beve l'anziano, beve il vescovo e il decano, beve il fratello, beve la sorella, beve la vecchia, beve la madre, beve questa, beve quello, bevono in cento, bevono in mille)



lunedì 30 settembre 2013

Storie di formazione. La mia prima migliore amica, ultima parte

Facciamola breve. D. ha passato gli ultimi sette anni (o otto, boh)a giocare a fare la fidanzatina in casa, lamentandosi della suocera e, verso la fine, a sbuffare sulla sua dolce metà. In questi anni universitari ci siamo riavvicinate, ci vediamo abbastanza spesso con lei e V. (V. e D. sono poi diventate Migliori Amiche anzi Sorelle, con frequenti e rumorose esternazioni d'affetto) e anche E. (A. no, si è innamorata due anni fa di un assicuratore ed è sparita - notiamo come fra l'altro sia lei ad avere la carriera più brillante (lavora in banca), risultato inversamente proporzionale al successo scolastico, come spesso accade). Lo scorso Febbraio D. si è lasciata col ragazzo (che lei non amava più, a suo dire) e da allora non fa che rimpiangerlo. Una cosa seria, c'è stata una depressione nel mezzo e dottori e uno psichiatra e delle pillole, e scenate isteriche e crisi di pianto e mutismi e insomma, tutte cose discutibili, ma una volta che esprimi la tua contrarietà, cosa ne ricavi?

In un tentativo di farle cambiare aria, o di ricorrere alla vecchia e gloriosa tecnica del "chiodo scaccia (e schiaccia) chiodo", le ho presentato i miei amici, forse anche per distrarla e non farmi più ripetere frasi come "ormai ho quasi venticinque anni, chi mi vorrà più?". Quel che non avevo considerato non era tanto la storiaccia di sesso (se volete il mio parere piuttosto squallido), ma che D. si sarebbe trovata giudicata anche da altre persone. E insomma, tutto questo lunghissimo discorso di tre post per chiudere con l'unica frase importante: MI Dà FASTIDIO. La critico ormai da tempo immemore, certe sue abitudini o modi di pensare mi fanno venire l'orticaria, non capisco perché si vesta da BOTTANA IMPERIALE per uscire la sera al baretto tamarro per bere una cosa io e lei, disprezzo il suo avere più di cento paia di scarpe (e nessuna che costi più di venti euro), mi urta il fatto che urli quando parla, non so se per abitudine o posa, mi imbarazza che giudichi "noi ragazze, che una volta che siamo fidanzate ci vedono solo in pigiamone" (non ho completini intimi sexy. E neanche camicie da notte o pigiami sexy. Li trovo ridicoli. E le mutande sintetiche mi fanno venire la candida solo a pensarci. Nessuno si è mai lamentato per questo, e, a ben pensarci, deve solo provarci), insomma, continuo a emozionarmi più per gli effetti speciali di un film fantasy che per l'ultimo acquisto da Yamamay. Non capisco perché non si dia una svegliata, odio la sua mentalità anni '50 (senza uomo, che donna sei) rivestita da atteggiamenti da femme fatale (ma è inutile che fingi di essere in Sex & the city se dentro sei una Pollyanna). Nonostante tutto questo e tanto altro, però, le voglio bene.

Mi dispiace per lei, mi arrabbio ma alla fine non riesco a non prendere le sue difese di fronte agli altri. Come quando uno critica i tuoi genitori: puoi aver parlato male di loro fino ad un istante prima, ma quando senti qualcun altro che lo fa, ti sembra improvvisamente ingiusto. Le voglio bene, non so se ormai è solo per abitudine, per tutte le volte che siamo state sveglie la notte a chiacchierare e a raccontarci i segreti, per quelle volte che, anche se mi superava di tutta la testa, chiamava me quando non sapeva che fare (come la telefonata in cui scoppiò a piangere: "IO NON CE LA FACCIO PIù"), per i giri in bicicletta del sabato pomeriggio, per le feste di compleanno fatte insieme (siamo nate a una settimana di distanza), per la sua completa fiducia in tutto quel che facevo, il suo credere (tuttora, ormai mi sa che è l'unica) che "un giorno entrerò in libreria e ci sarà il tuo nome su un romanzo nello scaffale dei bestseller", perché quando mi ero lasciata con quello che è a oggi "la mia storia più lunga" aveva organizzato a forza un week end via da tutto, a base di spritz, patatine e vecchie sane abitudini (film e nanna) per tirarmi su il morale, perché ha sempre un pensiero buono per tutti, perché non ce la fa ad essere stronza.

Insomma, chiamatela pure psicotica, ninfomane, pazza, depressa, fuori di testa, oca. Dite pure che è irritante, un po' scema, esagerata, malata di shopping, ossessivo/compulsiva, possessiva, gelosa, matta. Quello che volete, ma non davanti a me. Continuerò a criticarla, ma anche a difenderla. E soprattutto (e nonostante tutto), a volerle bene, e se ne parlate male di fronte a me, è come se faceste del male anche a me.

giovedì 26 settembre 2013

Storie di formazione. La mia prima migliore amica, parte 2 (divagazione)

A dirla così suona brutto e antipatico, tipo che io ero la snob radical chic con aspirazioni nerd che faceva il classico, e lei una deficiente solo perché aveva le tette e si metteva i vestiti attillati. Non è così, ovviamente. D. è sempre stata una persona molto dolce e molto insicura, con la tendenza ad omologarsi un po' a chi le stava intorno (come facciamo tutti, inutile negarlo). Forse se a 14 o 15 anni si fosse trovata circondata dalle stesse persone che frequentavo io, in un ambiente meno attento allo smalto che mettevi (ma molto di più alla musica che ascoltavi e alle idee che avevi - ecco, sto ricascando nel gioco della radical chic), forse ora avrebbe pensieri e abitudini diverse; di certo avrebbe un'altra storia alle spalle, e, forse, altre priorità. O forse no; d'altra parte non c'è motivo per credere che essere follemente innamorata di Legolas a 15 anni sia meglio che scegliere vestiti carini a poco prezzo e uscire con un ragazzo in carne ed ossa (o meglio, io lo credo, ma sono ovviamente di parte). E non è neppure vero che le grandi differenze spuntarono fuori solo alle superiori: mi ricordo che alle medie facevamo lunghissimi discorsi su tutto, e ovviamente anche sul matrimonio, se ci saremmo sposate o meno, con chi (!), e, cosa più importante, come sarebbe stato il nostro vestito. Dopo ore di tulle e sbuffi meringosi, di seta lucida e di avorio (D. e V. sembravano non riuscire a fermarsi), io avevo talebanamente sostenuto che se mai mi fossi sposata l'avrei fatto in jeans (bianchi, ché la tradizione è importante), e in comune. Insomma, già si vedeva che io ambivo a una vita da zitella con tanti gatti, mentre lei, loro, erano più per l'adolescenza da telefilm americano, con la degna conclusione di un matrimonio sontuoso. Altro esempio: alla nostra prof di italiano delle medie (che ho sempre amato, ricambiata, e amo tuttora) piaceva darci temi di fantasia. Uno di questi ci diceva di immaginare la nostra vita 15 anni dopo, o una cosa del genere. D. si vedeva fidanzata e con dei gatti, V. fidanzata con M.G. (il grande amore dei nostri anni verdi, e con verdi mi riferisco al colore del grembiule della classe della scuola materna), che avrebbe fatto il pilota di Formula1. E io? Io ero sola, mentre le mie amiche si sposavano, squattrinata (ma non vivevo più dai miei), e per mantenermi facevo la commessa, anche se poi decidevo di portare i miei misteriosi manoscritti (sottinteso: del grande romanzo del secolo) a un editore (sottinteso: che li avrebbe amati e pubblicati ed io entro breve sarei stata ricca e famosa).

Insomma, che ero una calvinista l'avete capito, andiamo avanti. Ci siamo perse di vista, come spesso accade, abbiamo diradato (direi fisiologicamente) le uscite. La cosa bella però è che non abbiamo mai perso del tutto i contatti, ci sentivamo, raramente ma ci sentivamo, e parlavamo ancora, anche se forse più superficialmente di prima. Poi, verso la fine delle superiori, un po' perché gli anni mi avevano regalato la frivolezza, un po' perché lei si stava allontanando da influenze nefaste, ricominciammo, lentamente, a riallacciare i rapporti, fino a vederci con frequenza settimanale o quasi negli ultimi anni di università. Non saremmo mai più state migliori amiche, ma non ne facevamo un dramma. L'amicizia è anche questo, sapere quando una persona diventa ormai troppo diversa da te, ma volerle bene comunque, rispettando le sue scelte.

sabato 21 settembre 2013

Storie di formazione. La mia prima migliore amica, parte 1

Conosco D. da moltissimi anni. Ci siamo incontrate a scuola, eravamo nella stessa sezione e siamo diventate amiche in fretta, durante le prime settimane di prima elementare. Ricordo anche come: avevo in tasca, o qualcuno (la maestra?) mi aveva dato una caramella che proprio non volevo (non sono mai stata tipo da caramelle) e, più per togliermela di torno che per spirito di generosità, l'avevo offerta a una bambina dall'aria timida ma simpatica, con la treccia lunga e gli occhi piccoli e scuri, che mi stava passando di fianco (in bagno?) in quel momento. Le persone si conosco nei modi più stupidi: e noi eravamo diventate amiche per via di una caramella ("Ciao, senti, la vuoi?" "Davvero?! Grazie, domani te ne porto una io!": non se lo ricordò mai, grazie a Dio, ma da quel pomeriggio cominciammo a parlarci e a trovarci simpatiche, e nel giro di poco tempo eravamo Migliori Amiche).

Eravamo abbastanza simili, allora (minute, magroline, con i capelli scuri, timide, educate e brave a scuola), e c'era una maestra (quella della caramella?) che confondeva sempre i nostri nomi, ma eravamo già a quei tempi molto diverse: lei con i capelli sempre lunghi e ben pettinati, io tagliati dal papà, corti e comodi; io più sicura nonostante le apparenze, lei molto meno, ma io non lo capivo, così come non capivo che eravamo diverse per i genitori e per come ci crescevano. Ci vedevamo tutti i giorni a scuola, sempre il sabato pomeriggio per fare i compiti e giocare, spesso anche la domenica o in altri momenti(ho passato più di un capodanno a casa sua, con i miei e i suoi che ci tenevano impegnate con giochi in scatola fino alla mezzanotte e a me si chiudevano gli occhi), fino alla quinta elementare (quando ormai lei aveva già i primi fidanzatini e io ero ancora una bambina, felice di stare con le mie amiche e i miei libri - nessuno capiva quanto amassi leggere, da bambina, nessuno della mia età almeno. Avere conosciuto poi persone che erano felici di starsene in casa con un libro per ore mi fece improvvisamente sentire meno sola, anche se, obiettivamente, sola non lo ero mai stata - solitaria sì, ma quella è un'altra storia).

Siamo rimaste amiche anche durante le medie: anche lì eravamo in classe insieme, anche lì la prof di italiano ci aveva identificato subito come "le amiche del cuore", ma ormai non ci confondevano più: alla fine della terza media lei mi superava di statura forse di tutta la testa, e portava già il reggiseno (con il patrimonio genetico di una nonna con l'ottava, era doveroso), mentre io ero sempre tra i tre/quattro più bassi della classe, sempre magra, sempre piatta, e sempre con lo sguardo da bambina (poi l'estate leggevo Guerra e Pace, ma, appunto, questa è un'altra storia). Era in classe con noi anche V., che io conoscevo da ancora prima di D., che per fortuna era (ed è) bassa come e più di me, altrimenti mi sarei sentita proprio una nana: passavamo i pomeriggi a casa dell'una o dell'altra, crescendo senza accorgercene, passando le ore a giocare e poi a parlare, parlare, parlare (a casa di V. poi ci facevano fare la merenda con grissini e nutella, che libidine). E. era amica di V., e poi c'era A., e l'insopportabile I., e D. con cui litigavamo ma poi ridevamo, ci dava pizzicotti sul sedere (e io gli tiravo i calci negli stinchi, se lo ricordano ancora tutti), ma questa è un'altra storia e poi le iniziali cominciano ad essere davvero troppe.

Poi, per fortuna forse, ci siamo allontanate. Ci siamo iscritte a scuole diverse, presto abbiamo cominciato a farci nuovi amici e, soprattutto, ad avere interessi diversi. C'è stato un momento, forse in seconda superiore, in cui io cominciavo ad andare in giro con i miei compagni di classe, a sentire i gruppetti di gente della scuola che suonavano (discutibilmente) in posti discutibili; ascoltavo il punk rock e i primi Muse (ma non ancora il metal), studiavo moltissimo ma con piacere, ed ero appena entrata nel tunnel del Signore degli Anelli. Un pomeriggio mi ero trovata con D., come ai vecchi tempi, e lei aveva i jeans elasticizzati e il toppettino che le lasciava la pancia scoperta, una delle prime paia di sandali con la zeppa, mille sciocchezze per la testa, e... non avevamo più argomenti in comune. Non sapevamo cosa dirci, ci trovavamo reciprocamente noiose (lei però è sempre stata troppo carina per dirmelo). Diradammo le uscite, fino a non vederci più o quasi.