lunedì 30 aprile 2012

PMS

Diciamolo: Aprile è stato un mese un po' così.
Il che è strano, perché io amo Aprile: mi piace il cambio di stagione, la primavera, le prime fragole, la Pasqua e il cioccolato e la colomba e la pastiera napoletana, le giornate più lunghe, la luce, anche il rimescolamento ormonale. È l'Aprile di Album d'Aprile di Paolini, del a me della politica piacevano gli ideali e le liturgie. Degli ideali non si parla, si rovinano, se ne parli li rovini. Le liturgie che interessavano erano quella roba che si addensava tra il 25 aprile e il 1° maggio, l’ultima occasione di far la rivoluzione e di trovarsi la morosa prima dell’estate, ma in senso inverso d’importanza (seguito a ruota da quel "Norma! Vieni alla festa del Primo Maggio?" "Va bene!" "...!" "Quand'è?")

E questo Aprile, che pure era cominciato bene con il senso di soddisfazione della mattina dopo (tutta quella forza dell'ultimo post: prendere una decisione e scoprire che in realtà non era facile, ma facilissima, dato quanto bene mi sentivo dopo; ritornare a fare a meno degli sporadici accompagnatori tanto per, perché effettivamente si sta meglio senza; crogiolarmi nella mia primavera elvetica), questo Aprile, che mi regalava una settimana a casa a farmi coccolare, e poi di nuovo qui, felice e indipendente nel mio studiò... beh, semplicemente non è andato così bene (it didn't live up to expectations; come si legge sulle confezioni al supermercato, l'immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto e non corrisponde alla realtà).

Malavoglia, cattivo umore, un po' di crisi. Per tante cose: il vedere ahimè troppo vicina la fine di questo Erasmus che mi ha sorpreso oltre le aspettative (il fatto di sentirmi una studentessa quasi indigena, non una straniera qualunque che passa e va; una città spesso assurda ma che ho imparato ad amare senza rendermene conto; sentirsi esotica e speciale con il mio accento incancellabile, i miei maledetti eppur buffi errori, e il mio nome che suscita stupore, mentre in patria è la summa del banale; e poi, ça va sans dire, vivere da sola, non per tirarsi in casa chi si vuole, passare le nottate fuori o nutrirsi solo di budino, ma per sapere che, volendo, lo si potrebbe fare), la mia paura della "vita vera" da affrontare al ritorno (esami che non ho voglia di preparare, tesi che mi piace chiamare "work in progress" ma che in realtà è solo un brutto titolo provvisorio su un foglio altrimenti bianco di word, e poi, l'incognita del futuro un po' più in là che prossimo); sempre, quello stringimento al cuore nell'entrare a casa (casa-Italia) e vedere il pianoforte chiuso, e sapere che un tempo lo suonavi apparentemente senza sforzo (peggio, molto peggio, della malinconia nel ricordare che, sì, c'era un tempo in cui facevo una spaccata perfetta, e la ruota sulla trave alta); e poi, per la prima volta da tanto, tanto tempo (da sempre?) il chiedersi "ma ho fatto la scelta giusta?". Mi piace quello che studio, riesco bene, ma... e se avessi fatto altro? Sarei più sicura, più "socialmente accettabile?" se avessi fatto biologia, o medicina (!), o cos'altro?

Sentirsi brutta e stupida senza neanche troppe ragioni, insomma; la classica sindrome premestruale, che però si era trasformata nella sua inquietante versione geneticamente modificata resto con te anche durante e post.

Infine, ritrovarmi ad ammettere prima a me stessa, e poi ad alta voce (e dio mio, quanto suonava stupido ad alta voce) che quando avevo dieci anni pensavo che avrei fatto chissà che cosa. No, non che mi immaginassi sposata e con prole a ventitré anni (già da piccola, collocavo la mia vita adulta in un futuro moooolto nebuloso, e avevo ambizioni molto più da figlia di figlia del 68), ma sicuramente mi vedevo fare, pensare e immaginare... grandi cose (non meglio definite). E va bene, nella fattispecie, pensavo che sarei stata una scrittrice. Non ci ho mai neppure pensato tanto, perché era certo che sarei stata una scrittrice, e una delle migliori. Non per niente riempivo anche io le agende come Prisca, no?

E invece, eccomi qui, ventitré anni, ostinatamente piatta (e sì, intendo di seno; ma devo ammettere che col tempo ho imparato ad apprezzarne i vantaggi - tanto non mi riprenderò mai più dal trauma di vedere le mie amiche delle medie che si compravano reggiseni e guardavano i Pokémon, mentre io mi davo ai classici della letteratura chiedendomi quando mi sarebbero finalmente cresciute le tette), ostinatamente logorroica di pensieri (e di parentesi, oggi particolarmente), e altrettanto ostinatamente priva di brillanti trovate o idee geniali (quindi, i pensieri sono tutti ostinatamente fuffa) (c'è un verbo francese per questo, mi dicono: gamberger). Riesco piuttosto bene nello studio, ma non sono un genio; non so cosa voglio fare, non sono particolarmente brava in qualcosa (tutti hanno un'abilità, una passione speciale, che li contraddistingue. Io pensavo che la mia si sarebbe palesata prima o poi, e invece niente).

Forse non è nemmeno colpa di questo Aprile: è qualcosa che rimonta ad almeno un anno fa. Dopo l'esaltazione della tesi triennale, del sentirsi adulta e, scusatemi, ma è vero, assolutamente FIGA con le mie idee geniali e la mia sfacciata originalità in un Dipartimento dove tutto è già stato detto, mi sono ritrovata a realizzare che in realtà non ero così speciale (cala cala Merlino!), che avevo tradito le mie aspettative d'infante, et caetera (vedere qui per trovarci, en passant, una domanda che ha effettivamente scatenato la crisi. Eh, lo so che è di un sacco di tempo fa. Beh, il ragazzotroppotimido sarebbe contento di saperlo). E stupidamente, mollando piano, mi sono sentita perdere quel "qualcosa in più": non che fossi eccezionale, ma evidentemente mi faceva sentire importante. Che stupida mente pomposa che ho (a questo proposito, è buffo come io oscilli pericolosamente e senza mezze misure dal sottostimarmi - della serie sì, colpiscimi, faccio schifo, me lo merito - all'autoesaltazione totale).

Fa seguito, a tutto questo, La Malavoglia. L'idea platonica di malavoglia, tanto per dire. Non so come sia riuscita a preparare il seminario per oggi, che infatti ha lasciato perplesso ben più di un uditore, la sottoscritta in primis (che mi ero pure scritta un discorso, e leggendo pensavo: ma che sto dicendo??!) (anzi, no, lo so come ho fatto: negli ultimi dieci giorni, ho ripreso ad avere un po' più di energia. E di confiance en moi, forse? Beh, ho riscritto sul blog dopo un mese, qualcosa vorrà pur dire).

Fra l'altro, causa amiche paranoiche che googlano cose apparentemente a caso ma che in realtà sono spiegabili con l'essere (stati, ahimè) sedicenni (anzi, forse no, a volte invecchiare fa bene), mi sono imbattuta in quello che era il forum del mio liceo. Perché il mio liceo avesse un forum sarebbe anche un'altra storia, ma comunque: dio mio, l'adolescenza. C'era un periodo della mia vita in cui scrivevo con le k e abbreviavo un sacco (ma perché, poi? Perché lo facevano tutti? Ah, il conformismo!). Ed ero veramente insopportabile. E patetica. E totalmente insicura di me (sì, più di quanto lo sia ora). Comunque, questo non mi ha impedito di spendere ore a rileggere vecchi post che ora suonano ridicoli. Come eravamo ggiovani, davvero. È commovente vedere come certe cose siano restate (la vodka alla fragola, per esempio, di cui una certa psyche e una certa delphine parlavano in seguito a una festa), e altre, beh, altre siano solo dei bei ricordi (perché poi colui che "saremo amici per sempre! Questo non cambierà mai!" ti ignori, ma pare sia diventato il fratello d'elezione del tuo ex - ma mica c'è stato un momento in cui si odiavano?! - questo è veramente un mistero. Freud, abbiamo bisogno di te, ma ti prego non dirmi che c'entra il sesso).

Bref, ho scritto la mia solita spatafiata di pare mentali, e ora sono pronta a lasciarmi tutti i momenti blu (o anche solo azzurrini) alle spalle, insieme con Aprile. Perché per affrontare Maggio, ci vuole coraggio.


PS: grazie per il titolo. In un momento di scoglionaggine maxima, ridere della PMS, anche se solo via skype, ma insieme, è stato meglio di un abbraccio (cuoricino, e tag di frEIndship, a questo punto).

domenica 1 aprile 2012

Postilla del giorno dopo, in cui si parla di cose noiose e tutte egoriferite, e si fa il punto della situazione.

Nell'ultimo mese sono uscita con uno. E sulle relative paranoie (ci sono uscita la prima volta perché massì, e poi perché mi trovavo bene, salvo rendermi conto che non pensavo a lui il giovedì e men che meno il venerdì, che c'erano cose di lui che mi piacevano e ma altre, apparentemente stupide, che mi urtavano senza motivo) mi sono già dilungata negli ultimi tre post.

Perché fa sempre bene ricevere un sacco di complimenti, dal sorriso agli occhi alle scarpe agli occhiali alla pelle al francese (!) all'inglese (!!) all'accento (AHAH) (e potrei continuare), ed è bello parlare e scherzare e brindare e camminare nel primo sole, però "non puoi mica stare con uno solo perché è gentile" (cit.) Che poi non è che io ci stessi insieme, però dopo un mese di vedersi regolarmente e sentirsi altrettanto, se anche non si è insieme, ma alla fine ci si comporta come se, si è "pericolosamente vicini a" (cit.).

Giovedì mattina.
"Mais... alors... A., c'est ton copain?"
Segue risposta che viene dal cuore ("NO!"), e che mi fa capire un po' di cose. Tanto per cominciare, che forse non vale la pena di continuare in questa relazione che però non è una relazione. Forse. Perché c'è tutto il corollario delle ragioni per cui ci esco (dopotutto, non è che esco con gente a caso per nessun motivo).

Sabato sera.
Io non pensavo mica di parlartene. Ma poi è successo. Che no, ti ripeto, non sono innamorata di te. E tu hai un bel dire che l'amore è una cosa grande e difficile e complicata e non è che viene tutto d'un colpo come nei film. Tanto non sei innamorato neppure tu. La differenza tra noi è che quando io ti spiego, non so come, che io voglio sentirmi coinvolta e avere le farfalle nello stomaco e "provare qualcosa di forte" (che sono parole tue, a ripensarci sembra che stia dicendo di voler andare in una distelleria scozzese) etc. etc., tu mi dici, con il tono paziente che si usa con i bambini testardi che "ma così è molto difficile, quasi impossibile, trovare qualcuno... e rischi di perderti un sacco di cose".

E sai? Non m'importa. Perché ci ho provato, e, beh, non penso ne valga la pena. Poco ci manca che tu mi dia ancora dell'idealista (e non sei la prima persona a farlo, forse è davvero un mio problema. No, più facile che sia bovarismo), ma improvvisamente mi rendo conto che sì, è proprio così. È difficile trovare qualcuno con cui stare ("ah, ma allora tu cerchi una relazione... una cosa seria..." "NO! Non cerco un ragazzo e non lo voglio", come ve lo devo spiegare?), ma questo non vuol dire che allora mi va bene tutto. Non mi va bene quasi niente a dire il vero, ma non vorrei essere diversa. E più tu cerchi di farmi ragionare ("ma io non ti sto proponendo una relazione..."), più io mi impunto, fino a dimenticare quasi tutti i motivi e le cose positive per cui sarebbe bello continuare a vedersi come abbiamo fatto finora. Perché sì, mi rendo la vita difficile, sì, vedo tutto bianco o nero, e, sì, anche se la parola "sognatrice" è ridicola, sono peggio di una sognatrice sotto acidi quando mi dico che vorrei incontrare qualcuno che mi faccia girare la testa, brulicare lo stomaco del battito delle ali impazzite di mille farfalle, e via con tutti i cliché da stupida commedia romantica di serie B.

Leggo romanzi, faccio Lettere Classiche, mi piacciono ancora le fiabe: sono attirata senza speranze da tutto ciò che è inutile e poco pratico.

Quindi sì, ti dico arrivederci senza troppi rimpianti. E senza tristezza o ansia andrò avanti a vivere da sola, perché mi piace sentirmi indipendente, e non penso che si debba trovare per forza il Principe Azzurro (anche perché il vero Principe Azzurro non esiste). Ma non per questo mi accontenterò del primo cadetto che passa.

sabato 31 marzo 2012

29 mars 2012
Serata paturnie, e mi chiedo anche che senso abbia scriver(ne), se non per il solito egocentrismo, che d'altra parte è quel che move il sole e l'altre stelle, per non parlare dei blog.

Insoddisfazione, insicurezza, inadeguatezza.
E anche una buona dose di cinismo, tanto che comincio a chiedermi con un po' di preoccupazione quand'è che sono diventata così a-romantica.
E un po' di disprezzo, che non manca mai.

Insomma, detta così sembra la ricetta per l'infelicità e l'autodistruzione.

31 mars 2012
Poi succede che parli con un'amica (anche se skype vi boicotta) e capisci cosa dovresti fare, anche se per il momento non fai nulla. E aspetti.

E succede che ti svegli insolitamente presto senza fatica, allegra dopo un sogno assurdo (ma i sogni, poi, vogliono dire davvero qualcosa? Cioè, tutto avviene per un motivo, d'accordo, e poi c'è il subconscio e quelle menate lì. Ma a parte questo, davvero i sogni ti possono dire qualcosa? Tipo folgorazione come nei film? No, vero? Peccato).

*

Fra una settimana è quasi Pasqua e io sarò a casa. E sinceramente non mi dispiace, ho un sacco (letteralmente) di conigli di cioccolato da condividere, non posso mica mangiarli tutti da sola.

*

Per fortuna in mezzo all'incapacità, ai dubbi, alle meschinerie etc., ci sono cose perfette. I ciliegi fioriti in mezzo al grigio dell'EPFL, il prato del campus verde e vuoto di sabato mattina (ci sarà un motivo, C. ha un bel dire che "è così tranquillo!"), l'aria che ha già un odore diverso. Cose che ti illuminano dentro e cancellano tutto il resto.

mercoledì 28 marzo 2012

Genève. Che tra parentesi, non trovate che l'ortografia francese sia v e z z o s a m e n t e irresistibile??! Genève, dicevo. Ma soprattutto tutt'altro.

Viuzza con luogo per avvinazzarsi e tavolini all'aperto, che fa molto francese.
Sì, è vero, Genève è in  Svizzera, ma avete visto bene la cartina?
E questo, non vi sembra francese?
(Mon Dieu, come suono provinciale)
Questo dovrebbe essere un post (in ritardo di almeno tre settimane) su Ginevra (non la futura figlia di A., ma la città), o meglio un post random (come al solito) con delle foto di (fatte goffamente dalla sottoscritta), perché si sa che le foto sono come le allitterazioni, allettano gli allocchi (Eco dixit).

Però ovviamente non ho voglia di rispettare i piani (sennò avrei almeno provato a scrivere qualcosa sotto il promettente titoletto Problématique del seminario prossimo venturo), quindi rassegnatevi, come al solito.

A.C. è partita esattamente tre settimane fa, mi ha già scritto una lettera, e io non ho ancora risposto. Non è che non abbia tempo (diciamocelo: il tempo per cazzeggiare lo trovo sempre), è che sono completamente presa nel vortice delle cose da fare. L'uni, e sudare al centre sportif con C. due volte a settimana, cenare con M., bere birra e scherzare con l'Architetto, gli antichisti locali, i corsi di francese, puntare la sveglia e passare un'ora a spegnerla ogni 8 minuti, procrastinare, prendere decisioni e non rispettarle, e poi la primavera, ovunque.

Primavera (allora in anticipo) a G.
Idem come sopra. Questa sarebbe (è) l'Università. Sì, parco compreso.
E poi si lamentano che hanno fama di fancazzisti, chissà perché.
E questa cosa per cui sto più o meno uscendo con uno, ed è successo praticamente senza che me ne accorgessi. E ci sto bene, e mi riempie di complimenti, epperò.

Epperò non mi convince, epperò non ho le farfalle nello stomaco, epperò non è il belga. E poi, vogliamo parlare dell'italiano incontrato a S. Patrizio? (No, non vogliamo. Anche perché a S. Patrizio tutto è lecito e nulla conta, se poi suoni è quasi sleale, se poi si finisce a ballare sui tavoli con noi che cantiamo Bella Ciao agli svizzeri che non sanno di che si tratti, allora è decisamente sleale) (tra l'altro. Dovrei fare una lista delle cose che... no beh, chiamiamole armi di seduzione improprie. E poi non frequentare più quelli che ne hanno più di due).

Il fatto è che ho avuto la mia cotta violenta pseudo adolescenziale prima di Natale, e per i prossimi cinque anni basta.

E forse non sentirsi così coinvolti ha i suoi vantaggi (li ha di sicuro), è solo che tutto questo va contro tutte le mie belle parole: che non ho paura di stare sola, che mi piace stare sola (è vero!), che non ho tempo da buttare con chi nonmifaimpazzire, e blabla. Per ora sono riuscita a mediare con la mia coscienza e la mia filosofia dicendomi che non è che io venga a patti per non stare sola, è che ci stiamo vedendo così, mica è qualcosa di serio, semplicemente, non voglio rinunciare a niente, che poi non è vero, ci sono un sacco di cose a cui voglio rinunciare e a cui rinuncio senza problemi.

E ci sono le amiche, migliori di me per mia fortuna, che mi fanno sentire in colpa con la loro maturità. Per ora io non ho ancora fatto nessun discorsoserio, beh, non ce n'è stato bisogno. So che prima o poi si imporrà una decisione, ma nel frattempo, che male c'è?, io p r o c r a s t i n o (come ho procrastinato a iniziare questo post e ora si va avanti che è un piacere, sarà che mezzanotte è passata, e noi si amano le contraddizioni - o si ha l'ispirazione solo quando si dovrebbe dormire prima delle lezioni dell'alba, non so).

E ora, foto a caso. No, niente cose turistiche, per carità.

Pseudo vandalismi pseudo intellettuali in Università.
Che però fa figo perché è in francese, e poi perché è à Genève.

Ebbene sì. Coup de foudre per la sottoscritta, ovviamente. 
 E come se non bastasse,  incitavano la gente a comporre bouquet di pastelli, sigh.
E la catalogazione dei colori, sospiro-di-desiderio.

Qualche scorcio banale...

Fine pomeriggio, cercando del tè.

Sera sbarluccicosa, tornando a casa.

... e una chiusura in bellezza:

Tende al museo. Ebbene sì, giusto per ricordarci che c'è SMT al varco.

PS: Calvino è la vera star della città. No, non Italo, l'altro, quello della religione (e della birra, che però è venuta dopo).



giovedì 15 marzo 2012

Thursday, I don't care about you

Nella fattispecie, di TE, che dicevi di essere come un fratello per me. E ora non solo sei sparito (e potrei anche accettarlo, perché le persone crescono e cambiano e prendono altre strade), ma non ti degni nemmeno di rispondere a una mail.

E di TE, codardo. Continuo a ripetere che mi va bene (meglio) così, ed in un certo senso è vero. Però d'altra parte è anche un peccato (aver perso tempo con te. Ma è colpa mia, che mi aspettavo da uno che pomposamente rivela - con orgoglio da istitutore ottocentesco - di non amare i romanzi?).

Sinceramente, non me ne importa molto neppure di te, anche se questo è triste e fa di me una brutta persona squallida.

Non m'importa di stare da sola, perché mi piace. Non m'importa di essere lontano da casa, perché ho scoperto che chi vuole trova il modo di starmi vicino lo stesso. Non m'importa delle mie incertezze e paranoie e sbagli, perché ho imparato che sono pur sempre capace di tirarne fuori qualcosa di buono (anche se all'inizio non sembra). E non m'importa se non avrò mai le gambe lunghe come una modella e le caviglie sottili, perché la grande novità è che non è una tragedia.

Sarà il sole e la (quasi) primavera, non so. In autunno mi dicevo che era quasi un peccato non essere innamorati, fosse anche solo per passeggiare mano nella mano con qualcuno in mezzo alle foglie secche. Ora mi sento semplicemente che... beh, che non vorrei rinunciare a niente. E che sarebbe stupido rovinarsi qualcosa (qualsiasi cosa) solo per colpa di qualcun altro, anche se una volta era importante, anche se per un istante hai pensato che lo fosse. Figuriamoci per colpa di quelli che non conosci neppure. Insomma, in un momento in cui ci si comincia a preoccupare per la prova bikini, io ho deciso di infischiarmene del giudizio degli altri (ma non di quelli che... insomma, dai, lo sapete: chi ci tiene veramente a me, quelli a cui io tengo veramente, etc.)

Il fatto è che odio rendermi ridicola. Ma mi disprezzerei se non osassi esserlo mai, come insegna Simone de Beauvoir. Io in fondo non posso rimproverarmi niente, e quando tornerete strisciando (perché tutti tornano strisciando), spero solo sia un altro giovedì: perché I don't care about you, già a partire da oggi.

*

E ora la grande domanda: quando Robert Smith canta Thursday, I don't care about you, "tu" è il Giovedì o il misterioso destinatario della canzone, lo stesso di cui sarà innamorato il giorno dopo? 


lunedì 12 marzo 2012

Time Is Running Out

Prima parte. Domenica.

Nonostante il titolo catastrofista (sigh, i cari vecchi Muse, con le loro pare mentali), e nonostante il vago senso di disfattismo che ho provato ultimamente, e nonostante non sia sopravvenuto nessun significativo cambiamento, stamattina mi sento positiva e vagamente euforica, un po' come il vento che spazza Lausanne a 32 km/h, almeno secondo Google (e stando a quanto sento nonostante la finestra chiusa, non stento a crederlo).

Attacchiamo subito con la parte paranoica, così ce ne liberiamo.
Mi sono resa conto con stupore e orrore che sono già ben oltre la metà del mio tempo qui (la mia "gravidanza" svizzera). Il primo semestre è passato in fretta, è vero, ma con la promessa di un ben più lungo e pressoché mitologico periodo dopo Natale: beh, siamo nel dopo Natale e nel secondo semestre, e se faccio il calcolo, ho solo quattro mesi da passare qui. E io non voglio ripartire: mi piace stare qui, meglio, sto bene, e soprattutto non sono disposta a rinunciare a quella indefinita libertà (e perché no, anche solitudine) che è abitare on my own. Senza contare che partire vuol dire riprendere ad affrontare la vita vera: finire gli esami, scrivere quella maledetta tesi, e poi. E poi punto fermo, perché le alternative non sono molte: mettermi a cercare un lavoro, un lavoro qualsiasi (e, sinceramente, non mi dispiacerebbe); oppure, ripartirmente in un qualche altrove (e anche questo, non mi dispiacerebbe) con la scusa di un PhD, con la benedizione di mammà e papà, è vero, ma con l'impressione di rimandare ulteriormente la temuta vita reale (e poi, che presunzione, per fare un PhD, magari - e auspicabilmente - con borsa, bisogna avere un progetto decente ed essere selezionati).

E ora che ci siamo per bene sprofondati nella tricotillomania ansiolitica (forse dovrei smetterla di leggere Postsecret la domenica mattina), passiamo ad argomenti più allegri.

A.C. è venuta a trovarmi durante la prima settimana di marzo.
A.C. è la mia amica di penna da tempo immemorabile; ci scriviamo in un inglese approssimativo, ma adoriamo cartoline e lettere (meglio se grasse) da ricevere a sorpresa (e a scadenze regolari) nella nostra casella delle lettere.

Data la lontananza, la pigrizia, i vari impegni e l'incapacità organizzativa, ci vediamo circa una volta all'anno. Stavolta, ci siamo scaldate al primo solo quasi primaverile, abbiamo esplorato ulteriormente Lausanne, ci siamo spinte fino a Genève, abbiamo scarpinato per musei (con lei è un classico, dato che studia storia dell'arte), e, soprattutto, ci siamo date al cibo (termine tecnico: baking & eating). Abbiamo anche fatto un sacco di foto, per le quali però dovrete attendere, dato che il genio che vi scrive si è dimenticata in Italia il cavetto per scaricarle sul pc.

Comunque, ora sono di nuovo all by myself, ma con in più svariati regalini olandesi, dai biscottini di Sinterklaas alle lettere di cioccolato, (conservati con amore - e forza di volontà, immagino - dai primi di dicembre), alle spezie per i biscotti (koek an speculaas), fino a un libretto di ricette dutch scritte a mano (occhi che brillano).

Seconda parte. Lunedì.

Dunque, fra un'ora ho lezione e avevo in programma di finire questo post, senonché non so bene cos'altro aggiungere. Voglio dire, di solito tutti mi chiedono: "ehi, come va? Cosa succede di nuovo?". Di nuovo non succede quasi niente (nel senso, niente di eccezionale, che valga la pena raccontare): il mio non è un Erasmus sfrenato, e benché mi subisca svariate frecciatine sul mio grado di cazzeggio [l'ultima, ieri sera, intorno a mezzanotte. Location: metro, scendendo alla mia fermata. "Ehi, ciao Architetto! Che ci fai qui?" *sguardo da orso appena uscito dal letargo* "...stai tornando ORA dall'EPFL??!" "Sì. Progetto. Tu?" "Beh, io ovviamente no!" "Ah, gli Erasmus, sempre a fare la festa!" "..." (e in quei puntini è compreso il mio sforzo di capire l'uguaglianza uscire la sera, bere qualcosa, rientrare a mezzanotte - meglio, primadimezzanotte = faire la fête, che qua è concepito come qualcosa di piuttosto hard) "E domani? Hai corsi?" "Sì, ma solo nel pomeriggio, fortunatamente" "Ah! Le Lettere!" *e tu che dormi tutti il giorno??!*], benché venga indistintamente discriminata per via della mia Facoltà (salvo poi essere guardata come una mummia che cammina quando dico che materie studio esattamente, ed essere quindi ulteriormente discriminata), dicevo, ho le mie belle/tante cose da fare. E quindi la Biblioteca (ma stavolta sguarnita di pecore dallo sguardo di penetrante giudizio) ha già ripreso a vedermi, rassegnata, scegliere uno dei suoi tavoli e cospargerlo di libri (preferibilmente del primo Novecento).

Insomma, forse dovrei scegliere meglio le mie amicizie: dove sono gli Erasmus casinisti? Sabato sera, per farvi capire, sono finita a fare un inventario in libreria, e senza troppo rimpiangere il sacrificio della serata. Che poi, seriamente, sacrificio?? Stare quattro ore in mezzo ai libri, mentre fuori si fa scuro, con l'unico sforzo fisico di bippare (ebbene sì, qui hanno coniato il verbo biper) i codici a barre sulle copertine? Con l'unica difficoltà di rimetterli a posto esattamente come prima, dopo averli contati? E per di più, nel reparto giochi & fumetti? Ed essere pagata per questo (secondo gli standard svizzeri, bien sur)?!

Ok, tutto questo suona disperatamente e incredibilmente nerd (o ghìk, come dicono qui. "Ehi! Ma tu hai l'Unico Anello!" "Sìì! L'ho visto quando ero in Grecia e mi sono detta: non posso non comprarlo!" "Quanto siete ghìk. Dovreste vergognarvi"), e dato che Linguistique historique comincia tra una mezz'ora (e mai avrei creduto che la linguistica mi sarebbe mai piaciuta tanto), colgo l'occasione per defilarmi.

Ah, ogni volta che qualcuno mi dice: "Ho controllato il tuo blog per vedere se ci sono novità", una piccola parte di me si inorgoglisce felice. Quindi grazie per contribuire alla mia autostima, è ancora meglio che essere incoronate con delle corna peluchose di simil-alce da dei tizi mai visti prima, in cerca di compagni di bevute (sì, è realmente successo).

mercoledì 29 febbraio 2012

Carnival stuff, seconda parte

In riferimento all'ultimo post: poco ci manca che perda (freudianamente) il treno, ma graziaddio (e ai treni puntuali, e alle ampie falcate, e al bagaglio leggero) sono riuscita a rimpatriare senza problemi.

E ora vorrei solo cercare di esaurire l'argomento con la fine del mese, quindi scusate se taglio corto (posso sentire le vostre grida di esultanza fin da qui. Contenetevi, accidenti!).

Dunque, ecco a voi, alla rinfusa:
- pollici levati per il Carnevale di Bellinzona. Da rifare.
- Mardi gras. Ovvero una cena totalmente a base di frittelle (di diverso tipo), mandate giù con vino e birra, e un po' di musica (e un chitarrista caricato a shots). Grassi e cliché, svizzeri e non solo. Tutto questo la sera precedente al test di greco.
- A proposito di università, pare che W. creda veramente che Omero sia esistito. È peggio che con Babbo Natale.
- Nessuna festa in maschera per il breve ritorno (o il lungo week end, a scelta) italiano. A meno che, effettivamente, mettersi tutti eleganti non sia un po' mascherarsi. Ho un paio di scarpe col tacco, nere, scamosciate, con un nastro che finisce in un fiocco (nero), lucido. Mi fanno malissimo.
- Per fortuna poi si torna a Lausanne. Io di qui non me ne voglio andare.

E domani arriva A.C.. Sono pronta a melanger francese, inglese e italiano (oltre all'olandese... kusknuffel è ormai diventata la mia parola preferita, benché inesistente), a riscoprire la mia nuova città con altri occhi, a spingermi al di là dei suoi confini (Genève, forse Montreux, dipende dal tempo e dalla voglia).

PS: fra ieri e oggi ho parlato con gli antichisti svizzeri più di quanto abbia fatto in un semestre. E questo pomeriggio, ho scoperto una cosa malsana. Il nuovo comfort food, ma anche gossip food. Il carac.