Nonostante le occhiate di sole e le giornate splendenti che inducono a false speranze. Nonostante la breve parentesi di sole e caldo (e costume e sdraio in giardino) dei giorni della mia laurea, dalla discussione alla festa. Nonostante avessi tirato fuori le infradito. Nonostante il calendario. Inutile negarlo: siamo a Novembre. Ancora. In effetti, siamo a Novembre da tipo sette mesi, con forse una interruzione per Dicembre e Gennaio. Gli altri mesi sono stati tutti un ibrido con l'autunno più crudele e l'inverno più grigio. Perché l'inverno è arrivato, e, come insegna Martin, non è che se ne vada via nel giro di qualche mese. Ed è così che ci troviamo a vivere in questo mostro geneticamente modificato, Maggio di nome e Novembre di fatto. Maggembre, appunto.
(E se fosse per questo autunno/inverno prolungato che io mi innamoro?)(Ho sempre un po' timore a parlare delle cose belle, finisci per rovinarle)
Il diciotto giugno parto per Londra, tre settimane non a divertirmi ma a vegliare amorevolmente su un gruppo di "adolescemi" (mi dicono si chiamino così) che avranno l'ormone a mille e parleranno inglese meglio di me, e che io non saprò controllare. Io, con la mia attitudine a perdermi, e soprattutto con una enorme POLO (che già fa schifo) MAGENTA (che poi è FUXIA).
Nel frattempo faccio cose, vedo gente. Libera e felice, e con sempre mille domande e mille dubbi.
Me la canticchiavo in testa prima di aprire QUELLA PORTA (sì, compresi gli acuti, i coretti e le parti strumentali).
Poi la campanella, entrare un po' incerta sulle gambe, il discorso che all'improvviso gira davvero, le domande di cui SO le risposte. Ed è tutto lì, stringere mani, un sorriso, un "complimenti" sussurrato, genitoricompagnidiuniamici (e Ser Gi Gi che compare dietro la porta). Un sacco di foto di me con facce assurde, la bruttura del sorriso ebete congelato. Grazie winter friends.
(Per chi se lo chiedesse, no, poi Ser Gi Gi non mi ha deluso). * Negli ultimi mesi non mi sembra di aver fatto altro che aspettare. Il giorno del ricevimento, che arrivasse sera, che si facesse mattina, il fine settimana, il lunedì, una mail, che succedesse qualcosa. I'm waiting for my moment to comeI'm waiting for the movie to beginI'm waiting for a revelationI'm waiting for someone to count me in
Ormai è da un mese che sono in vacanza, invece. Continuo ad aspettare ma con il cuore più leggero (risposte, messaggi, telefonate). Da domani comincerò ad aspettare con un po' più di batticuore, tra due settimane mi laureo e devo ancora fare (quasi) tutto, a partire dalla stampa fino a quel maledetto discorso che se vado avanti a braccio mi porta via almeno 20 minuti, e chi lo avrebbe detto?
'Cause now I only see my dreams, in everything I touchFeel their cold hands on everything that I loveCold like some magnificent skylineOut of my reach but always in my eye line now
Nel frattempo ci sono le aspirazioni e i sogni e le idee arroganti. Vedremo.
(Nel frattempo ci sono anche tutte le premesse per una cotta primaverile, con tanto di inappetenza e luci negli occhi. Vedremo anche per questo).
Ooh, when we fall in loveWe're just fallingOoh, in love with ourselvesWe're spiralling
La parte più bella di Spiralling però sono le domande, retoriche come da miglior tradizione (musica random, la migliore occasione di introspezione sin dai tempi dei primi lettori mp3). Poi se il risultato sia disperazione o energia, quello temo dipenda proprio solo da noi.
Did you wanna be a winner?Did you wanna be an icon?Did you wanna be famous?Did you wanna be the president? Did you wanna start a war?Did you wanna have a family?Did you wanna be in love?DID YOU WANNA BE IN LOVE?
Perché tutti io gli insicuri? I paranoici? I complessati?
Li attiro? Mi piacciono? Cosa faccio per meritarmeli? Perché li preferisco agli altri? Qual è, di preciso, il loro fascino? E qual è il mio fascino ai loro occhi? Sono materna? Gli ricordo la loro prof delle medie? Gli piaccio quando pronuncio la parola "fallo" senza il minimo imbarazzo e in tono del tutto scientifico (grazie, studi classici)? Li "metto in soggezione" (cit.) e pensano che io possa risolvere ogni male?
Non mi deludere, Ser Gi Gi.
martedì 16 aprile 2013
È un aprile molto bello questo. Io trabocco, finalmente ho una data per la laurea ancora sufficientemente lontana per non preoccuparmi di nulla, finalmente è uscito il sole. Sono settimane in cui esco tutte le sere o quasi, in cui mi chiamano per i colloqui e mi prendono pure. In cui conosco uno a una festa robbosa di matrimonio e mi chiede di uscire. E io ci esco pure.
Attribuisco punti in base alla personale nerdaggine ("ha colto le allusioni a Star Wars, guarda Game of Thrones, ha amato Harry Potter, ammette che Orgoglio e Pregiudizio gli è piaciuto"), cerco di non sbilanciarmi troppo, anche se poi mi intenerisco per delle sciocchezze e mi arrabbio perché va sempre a finire che me li cerco problematici e complessati. Io vorrei uscire con Nate Archibald, non si può? Per fortuna che mi innamoro sempre in autunno e mai in primavera, ma siano comunque benedetti gli ormoni primaverili.
Va così: o nemmeno un Ulisse da aspettare, o troppi Proci (mai uno solo) da intrattenere.
Che io faccio fatica a relazionarmi con una persona per volta, già due sono una follia (figuriamoci tre).
Di solito finisce che tutto esplode in una bolla di sapone di nulla.
Oppure che si fa (= io faccio) la scelta peggiore.
Grazie a "la mia amica alta, magra, bella e con i capelli lunghi fino alle spalle" che era con me al "matrimonio robboso" di sabato scorso per la definizione (cuoricino).
Ci sono periodi in cui va tutto storto.
E ci sono giorni in cui si concentrano tante cose belle, che prese singolarmente non ci fai caso, poi ti giri a guardarle e comincia la tachicardia e il gonfiarsi dell'ego in modo spasmodico. In questa settimana per esempio c'è stato Il Mio Primo Vero Colloquio in cui non mi sembrava di avere niente da invidiare alle "rivali" appena uscite da Cattolica e IULM, Comunicazione e Robacosì.
Ma soprattutto, oggi ho avuto l'onore di essere contattata da Niccolò Vecchia per una trasmissione su Radio Popolare: ho balbettato in diretta, ho ridacchiato imbarazzata, e lui ha letto, benissimo, un mio racconto che avevo scritto tempo fa, quando ancora arrancavo sul capitolo delle fonti della tesi e mi sembrava che non avrei mai finito, e quando, soprattutto, mi sembrava di vedere tutto un po' grigio.
Per me Radio Popolare è sia mito che presenza quotidiana: è prima di tutto ottima informazione, ma è anche l'unica radio che ascoltano i miei.È il giornale radio che ti fa compagnia a colazione o a cena, è gli annunci assurdi di Passatel a pranzo, le mitiche radiocronache dei mondiali o degli europei (mi ricordo l'anno scorso mentre li ascoltavo in streaming dal computer piangendo dal ridere, mentre i vicini del piano di sotto, quelli noti per "organizzare feste dove far bere le ragazze" rumoreggiavano anticipando la radiocronaca che ascoltavo io, perché seguivano le partite in diretta tv); leggere in una mail apparentemente innocua "sì, mi piace il tuo racconto, vorrei leggerlo a Sonica" (per la rubrica Storia di una Canzone) sarebbe stata una soddisfazione incredibile anche se non fossi l'egocentrica megalomane che sono; sentire lette le mie parole (ripeto, benissimo, comprese le tre g di gggiovani), parole che alla fine non sono tanto diverse da quelle che si ammonticchiano qui fra un disegno e una citazione, me le ha fatte sentire più vere, più possibili, meno imbarazzanti nonostante tutta la retorica e la fuffa e l'aria fritta che sono tanto brava a condire; il supporto via sms, whatsapp e Facebook dei miei amici ha reso solo il tutto più divertente (comunque sì, ero nervosa come prima di un esame o quasi mentre aspettavo la telefonata!).
(Non potevo non parlare della mia Lausanne, e forse era tutto già nato un po' qui e sicuramente qui. E una volta pensata alla canzone, le parole non potevano che venire fuori così, una dopo l'altra, proprio in quell'ordine lì) (e diciamo che è pure andata bene, perché il mio anno di Erasmus è stato pure l'anno di Ai Se Eu Te Pego)
We’re young è stata un po’ la mia
colonna sonora personale del secondo semestre di Erasmus. Non era tanto
questione di sentirla o ascoltarla spesso. Piuttosto (e mi rendo conto che sto
per dire qualcosa di assurdo e imbarazzante), mi sembrava che risuonasse in
ogni singolo passo che facevo la sera mentre tornavo a casa. Nell’aria calda di
maggio, nel profumo del biancospino, nelle chiacchiere ai tavolini del bar
dell’università, o seduti su una scalinata del centro a bere birra e ridere dei
rispettivi accenti.
Non so come mai proprio
questa canzone sia diventata quasi un simbolo di quegli ultimi mesi in una
città straniera che era diventata la mia. Ma nei primi sette secondi, un’intro
brevissima di sola batteria, io risento l’attesa piena di aspettative che si
respira solo quando si vive in un posto che è ancora nuovo, ancora da scoprire,
ancora da esplorare, quando ogni giorno può regalarti una sorpresa, e un
incontro casuale diventare amicizia. Nella voce chiara e pulita che canta le
prime parole, rivivo la sensazione assordante della consapevolezza di assoluta
libertà (e nel racconto di una storia d’amore che non è andata a finir bene,
riascolto, come tutti, insuccessi e occasioni sprecate). Nel ritornello
enfatico cantato a squarciagola in coro, come un inno, l’unica cosa a cui penso
è l’esaltazione di quando ci si rende conto che tutto è possibile, che ogni
istante offre possibilità che solo tu sei in grado di cogliere (e allora perché
non cantare, perché non ridere forte, ballare e avere il coraggio di buttarsi,
di provare quella sensazione di paura e adrenalina di quando ti tuffi dal
trampolino più alto?)
Questa stupida, sciocca
canzone (costruita di proposito per risultare coinvolgente, favorire
l’immedesimazione, essere amata dai gggiovani)
è come uno di quei dolcetti nemmeno tanto buoni che sono stati resi celebri da
Proust. Mi basta ascoltarla per caso, inaspettatamente, e rivedo la me che si
prepara a uscire, nel mio studiò
dalla tenda blu lasciata da un precedente proprietario. Mi ricordo la fine dei
corsi, una serata di giugno, farsi belle e andare a ballare con due amiche,
anche se è mercoledì, anche se non vado mai a ballare, perché non lo so fare,
perché mi sento ridicola, perché non è da me. È come se fossi tornata a casa a
piedi solo la notte scorsa, stanca ma felice, mentre il cielo si fa sempre più
chiaro e i primi lavoratori mattinieri sono già in macchina a guardare con un
sentimento misto di disprezzo e invidia quelle due ragazze, sicuramente
studentesse, sicuramente sfaticate, sicuramente straniere, che se la prendono
comoda a rientrare, godendosi il primo giorno di libertà dalle lezioni,
respirando a pieni polmoni aria di libertà (un misto di mattinata di giugno,
pane fresco e gas di scarico) e chiacchierando delle aspettative sul futuro, di
progetti e aspirazioni, sempre sul punto di essere infrante eppure
miracolosamente ancora integre.
Perché forse, a volte,
abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci ricordi che siamo giovani, e che
possiamo bruciare il mondo (che poi lo diceva anche Cecco Angiolieri, non è
certo qualcosa di originale. Ma non per questo è meno bello). Anche se non
abbiamo più sedici anni, anche se siamo (quasi) adulti e (quasi) laureati e
(quasi) responsabili. C’è sempre una piccola parte di noi che si sente
totalmente irresponsabile e sciocca, che si prende cotte-lampo di cui si
dimentica dopo due ore, e che coltiva progetti al di fuori della realtà. Ed è a
questa piccola parte anarchica che dobbiamo le nostre idee geniali, i momenti
di benedetta leggerezza, e gli aneddoti più belli da raccontare.
Aggiornamento
Siamo al 2 Aprile, e il blog di Sonica è finalmente aggiornato! Qui trovate l'audio con la splendida lettura del conduttore!